PSALTERIONS  DU PORTAIL ROYAL (1144) DE LA CATHEDRALE DE NOTRE DAME DE CHARTRES

PSALTERIONS DU PORTAIL ROYAL (1144) DE LA CATHEDRALE DE NOTRE DAME DE CHARTRES

Dans le portail Sud de la Cathédrale de Chartres, dit Royal, il y a quatre représentations de Psaltérions.

Le premier instrument, très abimé, présente 5 cordes sur deux chevalets presque parallèles.

Le deuxième psaltérion a dix cordes, les angles entre les chevalets et les cordes de 72°

Les deux psaltérions les plus en évidence, celui du premier Vieillard de l’Apocalypse et celui de la Musique, partagent la même structure :  neuf chœurs forment avec les chevalets un trapèze régulier, les angles à la base sont de 72° [1].

Le premier psaltérion a un dixième chœur, bien caché sous le manteau du Vieillard, invisible  par le bas. 

L’autre  à neuf chœurs, bien qu’il y aurait toute la place pour y mettre un dixième. 

(Photos des instruments : www.instrumentariumdechartres.fr )

Dans les textes contemporains on utilise fréquemment la dénomination Psalterium decachordum, tirée de l’Ancien Testament, Psaume 32. Saint Augustin affirme que l’adjectif decachordum fait allusion à la loi morale : le Decalogue. On se demande pourquoi représenter avec neuf cordes des instruments qui habituellement en avaient dix en les mettant en plus en grande évidence dans les mains du premier Vieillard de l’Apocalypse et dans l’allégorie de la Musique représentée parmi les Arts Liberaux.  Pour répondre à cette question on doit considérer les différentes points de vue du public médiéval. Les visiteurs illettrés voient les instruments et pensent à la Musique céleste. Les musiciens illettrés reconnaissent les instruments et comptent les cordes : ils pensent à un erreur ou à une nouveauté dans la musique. Les visiteurs cultivés dans les Arts Libéraux savent que le Neuf peut avoir différentes significations.  La vision catholique orthodoxe, qui suive Isidore de Séville, considérait le Neuf imparfait comparé au Dix (Liber numerorum qui in sanctis scripturis occurrunt 10.52.PL 83 : 190). Pythagore, qui siège tout près, avait consacré la perfection du Dix dans la Tetraktys. En ce cas le neuf cordes feraient allusion à l’imperfection de notre connaissance musicale, soulignée par Musica enchiriadis (XIX,10-12) et Micrologus (XIV, 16-19). En suivant plutôt la tradition musicale ancienne, le Neuf, dans le rapport fondamentale 9/8 est considéré  « omnium musicorum sonorum mensura communis » (Boethius, De arithmetica 2,54, CCL 94 A :224) Le rapport 9/8 est associé à la cosmologie mathématique du Timée, transmise par Cicero, Macrobius et Calcidius.  Marcianus Capella affirme que le Neuf « harmoniae ultima pars est » (De nuptiis Philologiae et Mercurii 7.741). Au XII siècle Magister Johannes de Séville dans son  Liber Alchorismi de pratica aritmetice, traduction du livre perdu de Muhammad ibn Musa al-Kwarizmi, présente la numération indienne. Il explique que « constat ergo unumquemque limitem 9 numeros continere », il rappelle que neuf sont les sphères célestes et neuf les chœurs angéliques [2]. Guillaume de Conches dans son œuvre  Philosophia ne donne aucune importance au Dix, alors que neuf sont les cercles invisibles du ciel (Liber II, V, 13) et neuf les mois de la gestation humaine (Liber IV, XIV,22-23). Enfin, le visiteur le plus génial pourrait observer que le rapport entre la première et la dernière corde (cachée ou virtuelle) est de 3/2, la Quinte juste, le rapport  harmonique fondamental dans la théorie musicale pythagoricienne. Ainsi, l’homme savant pouvait interpréter les neuf chœurs des psaltérions comme symbole du fondement de la science harmonique et dans le même temps de l’imperfection de notre connaissance.

 NOTES

[1] Les psaltérions postérieures, par exemple celui sculpté sur le portail sud, XIII siècle,  de la même cathédrale sont essentiellement des triangles isocèles avec les angles à la base de 45°, ce que permet à 15 cordes de se rapprocher au plus près des mesures théoriques de la gamme diatonique. Voir :  OLIVIER FERAUD (2015), Lecture croisée du monochorde et du psaltérion à travers leur reconstitution. En : L’Instrumentarium du Moyen Age. La restitution du son. Sous la direction de Welleda Muller. Paris, l’Harmattan.

[2] KURT LAMPE (2006), A twefth-century text on the number nine and divine creation : a new interpretation of boethian cosmology? en : PIMS, gen.2006.

 

 

 

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LA VIELLA DI NICOSIA

LA VIELLA DI NICOSIA

Nel 2012 iniziai a studiare la possibilità di ricostruire una Viella - un antenato medievale del nostro Violino - basandomi su iconografia siciliana. Ricordavo di aver notato alcune raffigurazioni di strumenti musicali durante una visita alla cattedrale di Nicosia (EN), così, anche approfittando del desiderio di due registi acesi, Daniele Greco e Mauro Maugeri, di girare un documentario sulla mia attività di liutaio, mi recai con loro sul luogo, dove potemmo verificare che i miei ricordi erano esatti. Sul capitello del primo pilastrino sul lato sinistro del portale centrale della cattedrale dedicata a S.Nicola si vedono scolpiti due musici. Uno di essi, acefalo e molto rovinato, imbraccia una Citola, strumento a corde pizzicate simile a una piccola chitarra, di cui si intuisce ormai solo un vago contorno, e l’altro, alla sua sinistra, pure acefalo, suona una Viella ancora perfettamente visibile. I miei due ottimi amici, entusiasti quanto me per la scoperta, decisero di incoraggiarmi e di aiutarmi a continuare le mie ricerche documentandole con fotografie e video professionali. Proseguimmo così alla volta di Messina e di Palermo, dove potemmo raccogliere altre testimonianze sulle Vielle: due sculture nelle rispettive cattedrali delle due città e un dipinto sul soffitto ligneo del palazzo dello Steri. Mentre i registi iniziavano a confezionare un vero e proprio documentario con le riprese effettuate, che vide la luce l’anno successivo col titolo di “SUONI D’OC”, io mi diedi da fare per iniziare lo studio e la ricostruzione della mia Viella.

Iniziai ad esaminare attentamente tutte le testimonianze trovate: tre del periodo compreso fra 1350 e 1380 e una, quella di Messina, del secolo successivo. Alla fine mi resi conto che la testimonianza più attendibile era proprio la prima da cui ero partito, ossia la piccola scultura della Cattedrale di Nicosia. Vi si vedono perfettamente raffigurati tutti gli elementi decisivi: il contorno “a otto” della cassa, i fori di risonanza, la cordiera, il ponticello, il manico e le corde. Unica pecca, la mancanza del cavigliere, andato distrutto nel tempo. Decisi che per questo particolare sarei ricorso al modello visibile nelle pitture dello Steri, coeve al portico di Nicosia, anche se la Viella colà raffigurata era ovale e non “a otto”. Superato questo scoglio dovetti stabilire le dimensioni da dare allo strumento e ricorsi al solito calcolo delle proporzioni tra esso e il corpo del suonatore. Arrivai a definire un oggetto del tutto simile a un Violino attuale per lunghezza e per diapason, ma con la cassa un po’ più larga e profonda. A questo punto bisognava scegliere il legno, anzi i legni e mi decisi per una bella tavola di Abete bianco spessa 4 cm. da cui intagliare il blocco Manico/Tavola armonica/Fasce laterali e una tavoletta da 1 cm. di Cipresso per il fondo. Qui urge una sosta per spiegare una particolarità che contraddistingue l’arte liutaria medievale da quella attuale. Nel Medioevo si usava scolpire lo strumento da un unico pezzo di legno quasi per intero. Negli strumenti a fondo curvo si usava scavare in un unico blocco la cassa e il manico, aggiungendo poi la tavola armonica. Negli strumenti a fondo piatto o lievemente incurvato si poteva procedere anche al contrario, scavando in un solo pezzo manico e tavola armonica e applicando poi il fondo. Entrambi i procedimenti sono accertati in sede storica, ma su tipi diversi di strumenti. Io propendo per applicare il secondo procedimento ogniqualvolta sia possibile e anche questa Viella è stata fatta così. Diversamente, nella liuteria classica e moderna, il Violino viene assemblato incollando le varie parti lavorate separatamente: tavola e fondo scavati, manico con cavigliere e riccio, fasce piegate a caldo ciascuna in tre pezzi giuntati con rinforzi interni in Abete. Così dopo un po’ di giorni di intenso lavoro ottenni la mia ricostruzione della “Viella di Nicosia”, non ancora verniciata ma pronta per comparire nelle ultime scene del documentario. Montai le corde in budello: doppio cantino, altre due corde a distanza di quinta e ottava dalla prima e infine una corda fuori dalla tastiera come si vede chiaramente nella scultura. Questo particolare è interessante: la corda esterna serviva per accompagnare l’esecuzione con un pizzicato o, suonata con l’arco, fungeva da bordone, visto che, per il suo spessore, difficilmente poteva essere tastata. Altra particolarità: lo strumento è sprovvisto di “anima”, quel cilindretto di legno che, in tutti gli strumenti ad arco dal 1500 ad oggi collega internamente la tavola col fondo, raddoppiando quasi l’intensità delle vibrazioni, poiché per i secoli del medioevo non è in alcun modo documentata. Il suono dunque risulta più diffuso e smorzato, adattissimo per accompagnare il canto, cosa molto apprezzata all’epoca dai Trovatori. Lo strumento era pronto ma senza vernice appariva rustico e non finito, però il suono era già bello. Nel corso del Duecento e del Trecento la verniciatura e la colorazione dei legni in liuteria non erano ancora pratiche affermate, spesso una mano di olio di mandorle veniva considerata sufficiente. Mi incoraggiai a suonare la Viella per la scena finale del documentario e così si concluse la prima parte del lavoro. L’anno seguente il film partecipò a diverse rassegne e ricevette un riconoscimento europeo in Slovenia. Io portai lo strumento in Francia al festival TROBAREA di musica medievale a Grasse (Nizza) e alle Journées de musiques anciennes di Venves, Parigi, dove lo strumento fu apprezzato e si dimostrò all’altezza dei suoi simili d’oltralpe, anzi brillò per il suo suono vivace e limpido. A un certo punto mi decisi a dare alla Viella una colorazione noce scuro e tre mani di gommalacca a spirito, con cui oggi si mostra al pubblico. Abbiamo avuto la gioia di presentare il documentario a Nicosia in una riunione pubblica presso il Municipio e ho suonato con la Viella alcuni brani tratti dal Laudario di Cortona proprio sotto la scultura del portale in un momento pieno di emozione e di suggestione. Oggi il nostro strumento si può vedere e ascoltare presso la Casa della Musica e della Liuteria di Randazzo, (www.secolibui.com) aperta tutti i giorni dalle 11 alle 17. Per prenotare le visite tel.349 4001357. Contatti: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it..

https://www.youtube.com/watch?v=j-0hmHv9loQ&t=2s

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A Randazzo il Medioevo risuona con i liuti di Giuseppe Severini

A Randazzo il Medioevo risuona con i liuti di Giuseppe Severini

A Randazzo il Medioevo risuona con i liuti di Giuseppe Severini

E' un professore di lettere originario di Milano, da anni trasferito in Sicilia, che ricostruisce e fa riascoltare gli antichi strumenti musicali. Ha aperto una "Casa della musica e della liuteria medievale"

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Una didattica per turisti adulti e scolaresche che è anche un viaggio nel tempo e nelle proprie radici più antiche. Entrare infatti in questa casa - “scarnificata” dall’intonaco fino a riportare alla luce le pietre originali medievali per ritrovarne la vera anima, e con essa quella delle tante generazioni che vi hanno vissuto - significa fare un viaggio nel tempo attraverso la musica che, con le sue armonie, agli antichi serviva a spiegare il mistero del cosmo dentro e fuori di loro. «Il mio lavoro - spiega ancora Giuseppe Severini - consiste nello studio dei modelli antichi di strumenti musicali e nel tentativo di ricostruirli, creando degli oggetti funzionanti con cui si possa interpretare il repertorio originale che ancora abbiamo, in particolare dell’epoca medievale».

Il viaggio nel tempo, che coinvolge i sensi della vista e dell’udito, inizia da una “Citola” in costruzione, «strumento dalla timbrica particolare legata alla sua particolare forma e dimensione, realizzato scavando un pezzo unico di legno». Una lavorazione completamente diversa da quella del liuto, che invece si costruisce con diversi listelli di legno sottili per garantirne la leggerezza. Armonie sussurrate risuonano intanto con le corde pizzicate dal vento dell’arpa eolica sotto la sapiente direzione d’orchestra di madre natura. A queste si aggiungono i suoni armonici di antiche campane del Tibet, realizzate con una lega di 7 metalli, «7 come i pianeti (allora conosciuti), quindi con un significato cosmologico: si sentono benissimo i suoni armonici che sono quelli segreti della natura». Sopra uno spartito risalente agli inizi del 1200, dal Tintinnabulum rispondono intanto con suono squillante le campanelle che, all’epoca dei canti gregoriani, aiutavano i monaci a trovare l’intonazione.

 

 

 

«La nostra associazione “Secoli bui” - spiega Giuseppe Severini - si dedica alla ricerca e alla ricostruzione di particolari strumenti musicali, soprattutto medievali». Allo stupore degli occhi continua così ad aggiungersi l’incanto dell’udito, ascoltando melodie del passato lontano: c’è la “Simphonia”, nota volgarmente come “Organistrum” e ricostruita sulla base del ritratto presente sul Portico della gloria a Santiago de Compostela. Uno strumento che si suona in coppia, quindi scomodo e per questo ben presto abbandonato in favore della più maneggevole “Ghironda”: sono queste le prime «macchine per la musica medievali». Poi ci sono strumenti ad arco che, ricostruiti da Severini, raccontano la storia del violino: «Erano strumenti che si suonavano sulle ginocchia, come se fossero dei violoncelli, fino a quando si cominciano a sviluppare altri suonati a spalla, come la “Ribeca”, tratta da una pittura del 1070». E via via, da una melodia all’altra suonata da ciascuno di questi strumenti dal suono peculiare, fino al barocco di una chitarra battente realizzata da Severini, invece che con le doghe, su un pezzo di legno unico di salice rosso trovato nel fiume e decorata con la madreperla e «al salterio che si suona con le bacchettine e anticipa dunque un po’ il pianoforte». «Sette anni fa - racconta Severini - ho pensato di rendere visitabile il laboratorio di liuteria e di dedicare questa saletta con una quarantina di posti all’esposizione didattica di oltre 60 strumenti musicali e oggetti sonori, che inizia dalla preistoria - dalle conchiglie bucate alle mandibole di animali, dal corno ai flauti realizzati con ossa - passando poi all’antica Grecia - con ricostruzioni di strumenti come la “Kythara” o il “Barbitos” realizzato con il guscio di tartaruga, fino agli strumenti del Medioevo».

Un excursus che serve anche a ricordare come «l’eredità classica della teoria musicale e dell’astronomia fu tramandata grazie a Boezio che salvò, traducendole in latino, queste conoscenze importanti di matematica, aritmetica, astronomia e musica che altrimenti, nell’Europa barbarica, si sarebbero perse». Un mito filosofico classico, quello dell’armonia delle sfere per cui «all’ordine cosmico corrisponde un’armonia musicale», che oggi - con i dovuti “distinguo” scientifici - si sta in qualche modo recuperando, tanto che «l’anno scorso per la prima volta si è “sentito” il suono dell’universo. L’astronomia, che finora ha sempre lavorato con la vista, da qualche decennio a questa parte con i radiotelescopi traduce molti segnali in grafici e immagini e ora anche in suoni. La vibrazione dell’onda gravitazionale è stata così tradotta in suono. È un ritorno a determinate immaginazioni, perché la scienza in fondo è fatta di immaginazione, che poi va verificata o contraddetta. Gli strumenti musicali rispettano queste convinzioni profondissime degli uomini colti del Medioevo. Ad esempio, nel liuto, strumento universale proveniente dalla Persia e poi importato dagli arabi in Tunisia e da lì in Sicilia, la parte piana è la terra con le anime dei viventi e le corde sono i suoni: sono tutte cose scritte attorno all’ottavo secolo a Baghdad. Abbiamo così la terra, l’acqua, l’aria e il fuoco e la relazione tra le cose è l’armonia e, dunque, l’anima del mondo; e quando uno suona il liuto è come se desse voce a quest’armonia, ovviamente legando l’anima universale a quella individuale».

Il legame con la terra di origine (per parte di madre), invece, è quello che ha spinto Giuseppe Severini, docente di Lettere nella natia Milano, a chiedere a 37 anni il trasferimento in Sicilia: «Sono da sempre molto legato a tutti i miei parenti che vivono in questa terra che amo moltissimo, tanto che a un certo punto mi sono detto: “Proviamo a viverci, magari resterò deluso, però è inutile restare con questo mito”. E quando mi sono trasferito, 23 anni fa, mi sono invece trovato benissimo». Lui e l’ex moglie (da cui ha avuto tre figli. Oggi Severini è sposato con una musicista) ottengono la cattedra a Maletto e Maniace e, dopo avere scoperto per caso Randazzo, perdendosi tra i vicoli medievali di questa cittadina, il liutaio ne rimane affascinato. Acquista la casa, oggi adibita in parte ad abitazione, in parte a laboratorio e museo. «Dopo 3 anni ho lasciato la scuola e mi sono messo a fare solamente il liutaio». Severini, infatti, oltre alla laurea in Filosofia con tesi in Storia medievale, aveva studiato musica - mandolino classico - al conservatorio di Padova. E la passione per gli strumenti musicali antichi? «Sin da piccolo ero appassionato del mondo antico, all’università ho studiato storia medievale, per cui avevo già questo interesse. All’epoca, negli anni ’70, ascoltavo i gruppi che facevano musica medievale e poi ho cominciato a studiare al conservatorio. Per gli studi, ci dovevamo fare costruire un tipo di mandolino barocco: sono andato dal liutaio e mi è piaciuto tantissimo. A poco a poco ho iniziato a costruirestrumenti semplici, da autodidatta, andando dal liutaio che avevo conosciuto a imparare, senza però mai iscrivermi alla scuola, perché già ero al conservatorio e volevo fare il musicista. E infatti ho cominciato a fare il musicista, suonando musica antica, soprattutto barocca, ma il repertorio mandolinistico è comunque limitato. Allora ho cominciato ad appassionarmi alla musica medievale. E alla fine la liuteria è diventata l’attività preminente».

Per la costruzione degli antichi strumenti, galeotto fu l’amore di Severini per la storia e l’opportunità di vedere gli strumenti conservati nei musei a teche aperte e «soprattutto di poterli toccare: lì ho capito cosa era la liuteria antica. Quella moderna è molto pesante, ma se si prende in mano un mandolino barocco del ’700 non pesa niente, sembra una piuma. L’impressione che fa toccare un oggetto di artigianato di quell’epoca è straordinaria: uno si rende conto di che lavoro c’è dietro, quale incredibile manualità. Pochissime persone riescono a fare ancora questo lavoro realizzando spessori così sottili». Pochi in Italia i liutai che ricostruiscono strumenti musicali del Medioevo, ma in generale questa è una categoria molto esclusiva: «Io ho venduto moltissimi strumenti anche qui in Sicilia (il prezzo può variare dai 500 ai 4-5.000 euro) quando c’era la moda della musica medievale, ma ora questa moda è finita».

Ma la liuteria è ancora un’arte che può dare lavoro? «Penso di sì: ci sono due scuole importanti in Italia, quella di Cremona e la scuola Civica di Milano dove ci si può specializzare sia in restauro sia in costruzione. Certo, come per le altre professioni, si studia e poi si spera di trovare un impiego. Uno che studia restauro, ad esempio, può aprirsi un laboratorio proprio o può entrare a fare il restauratore in un museo. Ho d’altro canto conosciuto però tanti studenti di liuteria che poi hanno fatto un altro lavoro».

Ma in fondo cosa ha fatto realmente innamorare della Sicilia questo estroso professore, che per due anni, per fare un’esperienza estrema, ha vissuto senza energia elettrica e senza gas (a riportarlo a un certo punto a più miti consigli moderni, la moglie)? «La luce, anzi una particolare vibrazione della luce che c’è solo in Sicilia. Questo è il primo dato percettivo, poi ovviamente ci sono i dati affettivi legati ai ricordi dei miei nonni. Ciò che inoltre mi ha affascinato di più, però poi vivendoci, è il contatto che a Randazzo posso avere con la natura, con gli elementi naturali. Se io esco da qua, tempo tre minuti sono in un mondo che sembra l’Eden: non ci sono coltivazioni, non si usano diserbanti, è bellissimo. Vero è che la natura la potevo trovare anche altrove: in Francia, in Spagna, ad esempio, c’è tutto come qua, la storia, la pietra, il legno. Ma manca l’Etna, che è magnetico di per sé. E anche se non sono mai salito ai crateri, mi basta la presenza di questo vulcano. Lui c’è».

E c’è, presenza invisibile, anche quando, uscite dall’antica casa-museo, sotto la pioggia si torna alla macchina lungo le stradine medievali di una Randazzo silente, in questo quartiere quasi spopolato: e, se non fosse per qualche rara auto parcheggiata nei punti dove le “vanedde” appena s’allargano, diresti di essere viandante del Medioevo tra le casette di pietra viva. Ma ormai è tempo di tornare nel XXI secolo, con la musica antica che tuttavia continua a mormorare melodie senza tempo, facendo vibrare le corde più recondite del cuore.

«La nostra associazione “Secoli bui” - spiega Giuseppe Severini - si dedica alla ricerca e alla ricostruzione di particolari strumenti musicali, soprattutto medievali». Allo stupore degli occhi continua così ad aggiungersi l’incanto dell’udito, ascoltando melodie del passato lontano: c’è la “Simphonia”, nota volgarmente come “Organistrum” e ricostruita sulla base del ritratto presente sul Portico della gloria a Santiago de Compostela. Uno strumento che si suona in coppia, quindi scomodo e per questo ben presto abbandonato in favore della più maneggevole “Ghironda”: sono queste le prime «macchine per la musica medievali». Poi ci sono strumenti ad arco che, ricostruiti da Severini, raccontano la storia del violino: «Erano strumenti che si suonavano sulle ginocchia, come se fossero dei violoncelli, fino a quando si cominciano a sviluppare altri suonati a spalla, come la “Ribeca”, tratta da una pittura del 1070». E via via, da una melodia all’altra suonata da ciascuno di questi strumenti dal suono peculiare, fino al barocco di una chitarra battente realizzata da Severini, invece che con le doghe, su un pezzo di legno unico di salice rosso trovato nel fiume e decorata con la madreperla e «al salterio che si suona con le bacchettine e anticipa dunque un po’ il pianoforte». «Sette anni fa - racconta Severini - ho pensato di rendere visitabile il laboratorio di liuteria e di dedicare questa saletta con una quarantina di posti all’esposizione didattica di oltre 60 strumenti musicali e oggetti sonori, che inizia dalla preistoria - dalle conchiglie bucate alle mandibole di animali, dal corno ai flauti realizzati con ossa - passando poi all’antica Grecia - con ricostruzioni di strumenti come la “Kythara” o il “Barbitos” realizzato con il guscio di tartaruga, fino agli strumenti del Medioevo».

Un excursus che serve anche a ricordare come «l’eredità classica della teoria musicale e dell’astronomia fu tramandata grazie a Boezio che salvò, traducendole in latino, queste conoscenze importanti di matematica, aritmetica, astronomia e musica che altrimenti, nell’Europa barbarica, si sarebbero perse». Un mito filosofico classico, quello dell’armonia delle sfere per cui «all’ordine cosmico corrisponde un’armonia musicale», che oggi - con i dovuti “distinguo” scientifici - si sta in qualche modo recuperando, tanto che «l’anno scorso per la prima volta si è “sentito” il suono dell’universo. L’astronomia, che finora ha sempre lavorato con la vista, da qualche decennio a questa parte con i radiotelescopi traduce molti segnali in grafici e immagini e ora anche in suoni. La vibrazione dell’onda gravitazionale è stata così tradotta in suono. È un ritorno a determinate immaginazioni, perché la scienza in fondo è fatta di immaginazione, che poi va verificata o contraddetta. Gli strumenti musicali rispettano queste convinzioni profondissime degli uomini colti del Medioevo. Ad esempio, nel liuto, strumento universale proveniente dalla Persia e poi importato dagli arabi in Tunisia e da lì in Sicilia, la parte piana è la terra con le anime dei viventi e le corde sono i suoni: sono tutte cose scritte attorno all’ottavo secolo a Baghdad. Abbiamo così la terra, l’acqua, l’aria e il fuoco e la relazione tra le cose è l’armonia e, dunque, l’anima del mondo; e quando uno suona il liuto è come se desse voce a quest’armonia, ovviamente legando l’anima universale a quella individuale».

Il legame con la terra di origine (per parte di madre), invece, è quello che ha spinto Giuseppe Severini, docente di Lettere nella natia Milano, a chiedere a 37 anni il trasferimento in Sicilia: «Sono da sempre molto legato a tutti i miei parenti che vivono in questa terra che amo moltissimo, tanto che a un certo punto mi sono detto: “Proviamo a viverci, magari resterò deluso, però è inutile restare con questo mito”. E quando mi sono trasferito, 23 anni fa, mi sono invece trovato benissimo». Lui e l’ex moglie (da cui ha avuto tre figli. Oggi Severini è sposato con una musicista) ottengono la cattedra a Maletto e Maniace e, dopo avere scoperto per caso Randazzo, perdendosi tra i vicoli medievali di questa cittadina, il liutaio ne rimane affascinato. Acquista la casa, oggi adibita in parte ad abitazione, in parte a laboratorio e museo. «Dopo 3 anni ho lasciato la scuola e mi sono messo a fare solamente il liutaio». Severini, infatti, oltre alla laurea in Filosofia con tesi in Storia medievale, aveva studiato musica - mandolino classico - al conservatorio di Padova. E la passione per gli strumenti musicali antichi? «Sin da piccolo ero appassionato del mondo antico, all’università ho studiato storia medievale, per cui avevo già questo interesse. All’epoca, negli anni ’70, ascoltavo i gruppi che facevano musica medievale e poi ho cominciato a studiare al conservatorio. Per gli studi, ci dovevamo fare costruire un tipo di mandolino barocco: sono andato dal liutaio e mi è piaciuto tantissimo. A poco a poco ho iniziato a costruirestrumenti semplici, da autodidatta, andando dal liutaio che avevo conosciuto a imparare, senza però mai iscrivermi alla scuola, perché già ero al conservatorio e volevo fare il musicista. E infatti ho cominciato a fare il musicista, suonando musica antica, soprattutto barocca, ma il repertorio mandolinistico è comunque limitato. Allora ho cominciato ad appassionarmi alla musica medievale. E alla fine la liuteria è diventata l’attività preminente».

Per la costruzione degli antichi strumenti, galeotto fu l’amore di Severini per la storia e l’opportunità di vedere gli strumenti conservati nei musei a teche aperte e «soprattutto di poterli toccare: lì ho capito cosa era la liuteria antica. Quella moderna è molto pesante, ma se si prende in mano un mandolino barocco del ’700 non pesa niente, sembra una piuma. L’impressione che fa toccare un oggetto di artigianato di quell’epoca è straordinaria: uno si rende conto di che lavoro c’è dietro, quale incredibile manualità. Pochissime persone riescono a fare ancora questo lavoro realizzando spessori così sottili». Pochi in Italia i liutai che ricostruiscono strumenti musicali del Medioevo, ma in generale questa è una categoria molto esclusiva: «Io ho venduto moltissimi strumenti anche qui in Sicilia (il prezzo può variare dai 500 ai 4-5.000 euro) quando c’era la moda della musica medievale, ma ora questa moda è finita».

Ma la liuteria è ancora un’arte che può dare lavoro? «Penso di sì: ci sono due scuole importanti in Italia, quella di Cremona e la scuola Civica di Milano dove ci si può specializzare sia in restauro sia in costruzione. Certo, come per le altre professioni, si studia e poi si spera di trovare un impiego. Uno che studia restauro, ad esempio, può aprirsi un laboratorio proprio o può entrare a fare il restauratore in un museo. Ho d’altro canto conosciuto però tanti studenti di liuteria che poi hanno fatto un altro lavoro».

Ma in fondo cosa ha fatto realmente innamorare della Sicilia questo estroso professore, che per due anni, per fare un’esperienza estrema, ha vissuto senza energia elettrica e senza gas (a riportarlo a un certo punto a più miti consigli moderni, la moglie)? «La luce, anzi una particolare vibrazione della luce che c’è solo in Sicilia. Questo è il primo dato percettivo, poi ovviamente ci sono i dati affettivi legati ai ricordi dei miei nonni. Ciò che inoltre mi ha affascinato di più, però poi vivendoci, è il contatto che a Randazzo posso avere con la natura, con gli elementi naturali. Se io esco da qua, tempo tre minuti sono in un mondo che sembra l’Eden: non ci sono coltivazioni, non si usano diserbanti, è bellissimo. Vero è che la natura la potevo trovare anche altrove: in Francia, in Spagna, ad esempio, c’è tutto come qua, la storia, la pietra, il legno. Ma manca l’Etna, che è magnetico di per sé. E anche se non sono mai salito ai crateri, mi basta la presenza di questo vulcano. Lui c’è».

E c’è, presenza invisibile, anche quando, uscite dall’antica casa-museo, sotto la pioggia si torna alla macchina lungo le stradine medievali di una Randazzo silente, in questo quartiere quasi spopolato: e, se non fosse per qualche rara auto parcheggiata nei punti dove le “vanedde” appena s’allargano, diresti di essere viandante del Medioevo tra le casette di pietra viva. Ma ormai è tempo di tornare nel XXI secolo, con la musica antica che tuttavia continua a mormorare melodie senza tempo, facendo vibrare le corde più recondite del cuore.

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Organistrum de Compostela. An astronomical approach

Organistrum de Compostela. An astronomical approach

SANTIAGO DE COMPOSTELA SYMPHONIA COELESTIS

An astronomical approach

 

1 : Gate of Glory:

Gate of Glory extrados in Santiago de Compostela Cathedral is crowded by statues bearing different kinds of stringed instruments. At the very top of the gate two of them are playing a beautifully carved and decorated instrument, the so calledOrganistrum.

2 : The top instrument:

This curious object has been largely studied and several reconstructions have been proposed and carried out by scholars and luthiers during the past 40 years, nevertheless some aspects are still uncertain, such as its symbolic significance and its peculiar musical role.

3 :: Symphonia::

Let’s start considering its special location.Thestatues of the extrados represent the 24 elders of Apocalypse. They can be symbols of Time (24), Music (musical instruments) and Divine symphony (they are heavenly creatures) too.

4 :: Two Performers::

The two performers at the top are very close to Christ’s head, position as usual occupied by angels.If we compare them to the other musicians we observe they look to be the only two actually playing and they are playing the most complex instrument of all. The idea that it could be given a deeper symbolic significance is strengthened by closer observation of its features. A turning object, the wheel, creates the sound from strings stretched over a sound box made of two equal circles, to which an unusual keyboard is added, equipped with 11 keys, so that the octave is divided into 12 parts.

All this is strange enough and absolutely unique, in XII century atleast !, and we need referring to any kind of theological, philosophical, mathematical and musical theory of the age to give a reasonable interpretation of it.Medieval Latin Platonism, for example, mainly related to Chartres cathedral school, well connected with Paris and Santiago, brings to us interesting suggestions.

5 :: Ordering the Heavens::

Platonists thought that at the beginning of creation, making the World Soul, Demiurgos was dealing with three abstract elements: Being, Sameness and Difference. Establishing the right proportions among sameness and difference, he gave the World Soul the shape of two circles one inside the other and put them into the material World, thus creating both the Sphere of fixed stars and the plane of planetary orbits. Circular motions of planets and stars were thus connected in perfect harmony, like the strings of a well tuned Lyre or the pipes of a well cut Pan flute[1].This set-up is reflected in our instrument.

6 :: Symphonia Coelistis::

A circular sound box, theCircle of Sameness, contains the wheel , that represents planetary motion: the Circle of Difference. This is the origin: the invisible World Soul. Thenanother circle is added, the visible world, Cosmos, with its charming beauty. At lastwe find the keyboard, with 11 keys dividing the octave in parts, the symbol of human mind, which divides and measures in order to understand Natural phenomena. Therefore, the widespread philosophical principle “Veritas est adaequatio intellectus et rei “ (translation: truth is an adjustement between intellect and things) is well represented here, as we can observe thatthe vibrating string-length (rectilinear thought) is equal to the circumference of each circle of the sound box (Nature and abstract world).

Further suggestions come fromthe analysis of instrument decorations.

  1. A long line of DOTS runs all around the outline of the instrument. They are symbols of the stars. From left to right: first circle, the idea of the stars in the abstract world; second circle, the visiblestars; keyboard, our knowledge of the stars (straightened).
  2. The large ROSETTE in the middle represents the Visible World, a circular figure divided in four equal sections by two perpendicular axes. Each section is occupied by a five lobes leaf and twigs (these leaves are similar to those sculpted all around the 24 Elders). The division in four sections may refer to the four elements of material world.

7 :: Diagram of the Seasons

This figure recalls diagrams of the seasons frequently drawn in glosses of IX-XII century astronomical manuscripts or even more elaborated drawings.The main goal of any scholar was to calculate accurately the length of each season in order to obtain an exact and affordable calendar to establish with great accuracy both the dates of Christian feasts and the right hours for prayer in monasteries[2].

8 :: IX-XII centuries decoration patterns ::

Finally, KEYBOARD LID decoration, unique among all other decorations sculpted in the Gate, shows a rare pattern, which had been popular in some areas around the Alps and in Ireland between IX and XI centuries, rather neglected in the XII[3].

9 :: Keyboard ::

Each knot of the interlace corresponds precisely to one key of the 11keys protruding out of the rectangular box. This division in fact is the most puzzling feature of all, as nobody could justify the introduction of a chromatic scale in XII century, when only strict diatonism was allowed. But we discovered that, curiously enough, both the unusualdecoration and the division of the octave in 12 semitones can be referred to diagrams of planetary latitudes, related to musical scales as well, in astronomical manuscripts of the age.

10 :: Planetary latitudes diagrams ::

Such diagrams were intended to represent planetary latitudes across the zodiacal band, divided vertically in 12 degrees. As usual the horizontal line of these grids was divided in 30 parts, but since XI century we often find 12 in order to signify the 12 zodiacal signs. The Sun and Saturn were given a serpentine path within the two middle degrees of the zodiac, Jupiter had three degrees, Mars four, Mercury eight, the Moon covered the zodiacal band with its 12 degrees of latitude. Venus was assigned a latitude of 14 degrees, one degree beyond the zodiac on each side.

11 :: Planetary latitudes diagrams ::

TCmanuscript

Then, in a manuscript by Abbo de Fleury (c 940-1004) we find a horizontal column list of the Plinian intervals between planetary orbitsattached to planetary latitudes grid[4].Whether 14 semitones can be counted in total, the musical octave spanning from Moon to Saturn is divided into 12 semitones (semitone beingthe unit of measurement of the scale, clearly enough).Thus, our XII centurychromatic scale shouldn’t be considered as a scandal any longer! Besides, experimenting with our special keyboard with keys ranging about two full chromatic octaves demonstrates that this arrangement fits quite well XII century two voices polyphonic music.

12 :: The name

For these reasons we feel the name of Symphonia or Symphonia magna or Symphonia coelestis would be more appropriate for this instrument than the usual, uncertain and rather mocking name of Organistrum.

Its representationin Santiago could have been an exclusive message for a restricted group of scholars capable of understanding the cosmological and musical implications of a non-traditional object that had been invented of course by monks  trained in the liberal arts of Quadrivium.

 

[1]Bruce S. Eastwood.Ordering the Heavens. Roman astronomy and cosmology in the Carolingian renaissance. Brill, 2007   Reasoning about circular and rectilinear motions in: Guglielmo di Conches, Glosae super Platonem. See: Martello Concetto,Platone a Chartres. Palermo, Officina di studi Medievali, 2011, p.86.

[2]Stephen C. McCluskey.Astronomies and cultures in early medieval Europe.Cambridge University Press, 1998, p 97-113.

[3]Giulia Marrucchi e Riccardo Belcari, La grande storia dell’arte. Il Medioevo. Firenze, E-ducationS.p.A., 2005, p 146-7

[4]Bruce S. Eastwood.,Astronomy in Christian latin Europe c.500-c.1150.

in JHA, xxviii (1997) Science History Publications Ltd. p 250-3

https://www.youtube.com/watch?v=B6vv4IPGgRk

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Vielle ovale de Graville

Vielle ovale de Graville

Reconstitution d’une vièle ovale d’après une sculpture du 12ème siècle de l’Abbaye de Graville au Havre, Normandie.

La sculpture :
La petite sculpture (30x35x20cm) en pierre blanche, abîmée à gauche, a été retrouvée, après la guerre, dans les ruines de la tour centrale. On ne connaît pas sa position initiale et on pense qu'elle est de la fin du 11ème siècle.Toute la composition et même l'instrument sont inspirés par la forme ovale.La figure entière est inscrite dans un ovale, la tête, les yeux, la bouche ovale, l'instrument a une caisse ovale, l'une des ouïes est une demi-lune et l'autre a une forme presque ovale.La figure est très bien modelée, les traits fins, gracieux, on dirait qu'elle a quelque chose de féminin et de lunaire.
La reconstitution de l'instrument
Les bois :J'ai choisi deux qualités de bois qu'on pourrait aisément retrouver en Normandie au11ème siècle: sapin et hêtre.Sapin (très vieux et avec des taches pour rappeler la surface de la lune) pour le corps de l'instrument: table d'harmonie, éclisses, manche et chevilles.Hêtre pour le fond.
Un instrument creux :
Puisque les instruments au Moyen Âge n'avaient pas d'âme, la résonnance est premièrement due à la table d'harmonie, le fond ayant pour fonction de refléter le son.J'ai donc creusé l'instrument dans du sapin à partir de la table d'harmonie car c’est la partie la plus importante de la vièle, d’une épaisseur d’environ trois millimètres, sans aucun barrage.Le manche est creusé dans la même planche, même s’il est un peu plus haut que la table.Les flancs son concaves. Le fond en hêtre est creusé, arrondi à l'intérieur comme à l'extérieur, l'épaisseur est d’à peu près trois millimètres.
Les ouïes :
Dans la sculpture, on voit que les deux ouïes ne sont pas symétriques, l’une en forme de demi-lune, l'autre presque rectangulaire, creusée plus bas sur l'autre moitié de la table. On pourrait penser que l'auteur a voulu faire ce perçage bizarre pour une raison de perspective, mais j'ai pensé qu'il a reproduit un instrument réel, fait de cette façon.Y-a-t-il d’autres exemples de cette asymétrie sur les vièles médiévales ? NON.Mais il y a d'autres instruments de musique avec des perçages asymétriques, certaines harpes, des psaltérions et des monocordes.
Quelle pourrait être la motivation de cette asymétrie ?Donner au musicien une ouïe (plus petite) plus proche de son oreille ou, proposition presque hérétique, pour placer une âme au-dessous du chevalet ...Après réflexion, j'ai décidé de faire les deux ouïes exactement comme elles sont représentées sur la sculpture.
La touche, le cheviller, le cordier :
La touche est un petit morceau de buis de 2mm d'épaisseur, collé sur le manche.Le cheviller est hexagonal, comme dans les vièles de Boscherville. Le cordier est en buis.
Le vernis :
Je n’ai employé aucun vernis. On sait qu’à l'époque il n'y avait pas de gomme-laque, aussi, pour protéger le bois, j'ai employé de l'huile d'amande pure.
Les cordes :
Les cordes sont en boyau de mouton. J'ai choisi de faire un accord complexe avec deux chœurs et un bourdon. Les chœurs sont accordés à l'unisson ou en quartes.


LA   re/re   la/la


LA   la/re   mi/la


Le deuxième accord est le plus convenable pour une exécution polyphonique de musique sacrée, comme suggéré par le caractèrede la sculpture.

G.S.

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