THE MAGIC OF SHELLS : NEW  METHODS  IN MEDIEVAL LUTHERIE

THE MAGIC OF SHELLS : NEW METHODS IN MEDIEVAL LUTHERIE

THE MAGIC OF SHELLS : NEW  METHODS IN MEDIEVAL LUTHERIE

LA MAGIE DES COQUILLES: DES NOUVELLES TECHNIQUES POUR LA LUTHERIE MEDIEVALE

LA MAGIA DELLE CONCHIGLIE: NUOVE TECNICHE PER LA LIUTERIA MEDIEVALE

English

Shells are just an image to show new ideas about medieval methods in medieval Lutherie. It is a sort of revolution in some stringed instruments buiding. Descarding the methods used for classic Violin or Guitar buiding,  and “chantournage” method too, being not philological at all, we have only to ways to build the instrument: hollowing the body-neck block out of one piece, then adding the sound board, or carving the whole block including sound board, adding the back. We can observe that the first method is adopted in Citoles making, for example those in  British Museum and Met, NY, and the Gittern found in Poland or in Caterina de Vigris’s Viella (Bologna), while the second one is used in Irish harps (Trinity College, Dublin). In folk instruments we observe the same buiding methods: the first one widespread through Asia and Northern Africa, to build all kind of plucked and bowed instruments, often with  sound board made of skin, while the second one can be detected in British Clarsach, Norwigean Langeleik and Finnish Kantele, the last two sometimes without the back, as they were used lying them  on a table (H.Panum, Stringed instruments of the middle ages.London,Reeves,1971). We follow necessarily  the first method to build round back instruments like Gittern, Rebab and Rebec, while  the second method could be adopted to build flat back instruments like Harp, Psaltery, Viella and Citole. The reason is that since the most important part of the instrument is the sound board, the first attempt the medieval luthier should make, whenever possible, is to give unity to the block  neck -sides - sound board, leaving the back as the last piece to be added at the end. This idea is suitable both for plucked instruments and bowed instruments as well, since Viellas had no soundpole at the time. I built four Viellas with this method: one from a XII century sculpture in Graville Abbey (Le Havre), one from a XIV sculpture in Nicosia Cathedral (Enna), another one from a XII c. sculpture in Torme, Burgos and the last one from Toro Cathedral. The best results I obtained using Fir for the body and Cypress for the back.  Then I built four Psalteries from Chartres cathedral: the upper part carved from one piece of Poplar or Fir, the back of Beech, Pine or Cypress. These instruments have brilliant, lively sound and rich resonance too. Anyway, we are not sure that Spruce was used for sound boards during the Middle Ages, so that some luthiers use other kind of wood: this fact could reinforce the idea of the "back-carving method".

https://www.youtube.com/watch?v=S35WneRycw4

 

Francais

La coquille est un point de depart pour  ma reflection autour des techniques de la lutherie medievale. On a abandonné de très long temps la technique moderne (Violon, Guitare)  dans la réconstitution des instruments à cordes du Moyen Age. La technique du “chantournage” n’est pas philologique. Donc nous restent deux voies pour faire l’instrument: creuser le manche et la caisse dans un seul morceau de bois et après ajouter la table d’harmonie, ou creuser le manche, la table d’harmonie et les cotés dans un seul morceau et à la fin ajouter le fond. Les Citoles du British Museum et du Met NY, la petite Vielle de Caterina de Vigris (Bologna) et le Gittern du XIV siècle  retrouvé en Pologne sont faits avec la première technique, tout comme les instruments traditionnels d’Asie et du Nord de l’Afrique, souvent avec des tables d’harmonie en peau.  Les Harpes du Trinity College (Dublin), XV siècle,  sont faites avec la deuxième technique, tout comme les Langeleik de Norvège et le Kantele de Finland (H.Panum, Stringed instruments of the middleages, London,1971). S’il  est necéssaire travailler dans la première facon pour faire des instruments au fond courbe, comme le Gittern, le Rebab, la Rebec,  dans les instruments au fond plat comme la Harpe, le Psalterion, la Citole et la Vielle,  on pourrait bien renverser le processus, l’élément le plus important étant la table d’harmonie, creé avec le manche et les cotés dans un seul pièce, en recevant le fond à la fin. On ajoute aussi deux observations faites par plusieurs luthiers: jusqu’au XVI siècle on n’avait pas d’ame dans les instruments à archet et les tables d’harmonie n’étaient pas forcément en Epicea. Donc est particulierement interéssant essayer la construction des instruments à cordes du Moyen Age de cette facon. J’ ai construit cinq Psalterions en creusant la partie supérieure dans le Peuplier ou Sapinet le fond en Hetre, Pin ou Cyprés. Le son est particulierement clair et riche d’harmoniques. J’ai fait quatre Vieles ovales (Graville, Nicosia, Torme, Toro) avec le corps de Sapin et les fonds en Hetre ou Cyprés, pas d' ame, le son étant vif et clair.

https://www.youtube.com/watch?v=S35WneRycw4

 

Italiano

Con questo paragone intendo presentare una nuova ipotesi sulla tecnica costruttiva nel campo degli strumenti a corda del Medioevo. In pratica si tratta di un ribaltamento rispetto ai procedimenti usati finora. Se la tecnica di assemblaggio dello strumento in pezzi separati: fondo, fasce, tavola, manico è stata da tempo abbandonata, poiché considerata non filologica, anche la tecnica chiamata “chantournage” non  sembra essere documentata storicamente e quindi da accantonarsi. I procedimenti rilevati dall’esame degli strumenti sopravvissuti sono due: scultura dell’intero corpo dello strumento dal massello con aggiunta di tavola armonica  e scultura dell’intero corpo con aggiunta del fondo. La prima tecnica si vede applicata nelle Citole (British Museum, London; Met, NY) , nel Gittern trovato in Polonia e nella Viella di S.Caterina de Vigris (Bologna), la seconda nelle Arpe irlandesi (Trinity College, Dublin). Esaminando la liuteria di tradizione osserviamo che il primo procedimento è ampiamente usato in tutta l’Asia e nel Nord Africa per costruire ogni tipo di strumento a corde pizzicate o ad arco, con tavole armoniche per lo più in pelle. Il secondo procedimento si riscontra nelle Arpe tradizionali del Nord Europa (Clarsach) e nelle cetre da tavolo scandinave come Langeleik e Kantele. Per gli strumenti a fondo bombato - Gittern, Rebab, Ribeca - il primo procedimento è irrinunciabile; per gli strumenti con fondo piatto –  Arpa, Salterio, Citola, Viella -  credo sia preferibile il secondo. La ragione nasce come risposta a una domanda: qual è in questi strumenti la parte più caratterizzante? Certamente la cassa bombata negli strumenti del primo gruppo, in cui talora troviamo anche tavole armoniche in pelle. Nel secondo gruppo invece sia la tavola sia il fondo sono piatti o lievemente convessi, dunque bisogna identificare quale sia la parte determinante per la formazione del suono, tenendo conto che la tavola armonica ha il principale ruolo vibratorio e il fondo quello di semplice riflessione. Questo vale a maggior ragione negli strumenti a corde pizzicate, ma soprattutto nelle Vielle, dove ancora l’anima non andava a congiungere le due parti della cassa. Quindi si può credere  che il costruttore, volendo dedicare un’attenzione speciale alla formazione del suono, prediligesse lavorare con grande cura al blocco: manico, tavola armonica, fasce laterali, mantenendo in tal modo una vantaggiosa unità della struttura ai fini della migliore propagazione delle vibrazioni. Il fondo poteva essere lavorato a parte e applicato infine a chiusura della cassa. I riscontri pratici di questa procedura sono, come già detto, nei Clarsach,  in Kantele e Langeleik, (H.Panum, The stringed instruments of the Middle Ages. London, 1971). dove talora il fondo è mancante, perché lo strumento veniva poggiato su un tavolo di legno per essere suonato, e in alcuni esperimenti da me fatti su Vielle e Salteri. Ho ricostruito una Viella ovale da una scultura del secolo XII nell’Abbazia di Graville (Le Havre) e un'altra da una scultura del secolo XIV nella cattedrale di Nicosia (Enna), altre due da sculture di Torme e Toro, in Spagna, Nel primo caso ho utilizzato Pino silvestre tagliato di quarto per il corpo e Faggio per il fondo, nel secondo Abete bianco tagliato di quarto per il corpo e Cipresso per il fondo, negli altri Abete e Cipresso. In tutti gli strumenti non è inserita l’anima. I risultati sono stati più che soddisfacenti, in particolare osservo che vengono esaltate le frequenze acute e medie, evitando la timbrica cupa che spesso ho sentito nelle ricostruzioni di Vielle. Ho poi costruito quattro Salteri dalla cattedrale di Chartres,  con tavola e fianchi in Pioppo o Abete, due col fondo in Faggio, uno in Pino laricio, uno in Cipresso. Anche questi strumenti hanno dimostrato sonorità brillante e grande risonanza. Se pensiamo che di recente molti liutai dubitano che nel Medioevo si utilizzasse l’Abete rosso per le tavole armoniche, e le fanno con altri legni, ad esempio gli stessi usati per la cassa, e se pensiamo che quasi tutti sostengono che l'anima non venisse usata fino al XVI secolo, assume più valore la mia tesi della costruzione "al contrario" degli strumenti ad arco a fondo piatto.

https://www.youtube.com/watch?v=S35WneRycw4

 

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PSALTERIONS  DU PORTAIL ROYAL (1144) DE LA CATHEDRALE DE NOTRE DAME DE CHARTRES

PSALTERIONS DU PORTAIL ROYAL (1144) DE LA CATHEDRALE DE NOTRE DAME DE CHARTRES

Dans le portail Sud de la Cathédrale de Chartres, dit Royal, il y a quatre représentations de Psaltérions.

Le premier instrument, très abimé, présente 5 cordes sur deux chevalets presque parallèles.

Le deuxième psaltérion a dix cordes, les angles entre les chevalets et les cordes de 72°

Les deux psaltérions les plus en évidence, celui du premier Vieillard de l’Apocalypse et celui de la Musique, partagent la même structure :  neuf chœurs forment avec les chevalets un trapèze régulier, les angles à la base sont de 72° [1].

Le premier psaltérion a un dixième chœur, bien caché sous le manteau du Vieillard, invisible  par le bas. 

L’autre  à neuf chœurs, bien qu’il y aurait toute la place pour y mettre un dixième. 

(Photos des instruments : www.instrumentariumdechartres.fr )

Dans la littérature médiévale on trouve fréquemment la dénomination Psalterium decachordum, tirée de l’Ancien Testament, Psaume 32. Saint Jerome (Epistula ad Dardanum) affirme que l’adjectif decachordum fait allusion à la loi morale : le Decalogue. On se demande pourquoi représenter avec neuf cordes des instruments qui habituellement en avaient dix en les mettant en plus en grande évidence dans les mains du premier Vieillard de l’Apocalypse et dans l’allégorie de la Musique représentée parmi les Arts Liberaux.  Pour répondre à cette question on doit essayer d'imaginer les différentes points de vue du public médiéval.

Les visiteurs illettrés voient les instruments et pensent à la suavité des choeurs angeliques.

Les musiciens illettrés reconnaissent les instruments et comptent les cordes : ils pensent à un erreur ou à une nouveauté dans la musique.

Les visiteurs cultivés dans les Arts Libéraux savent que le Neuf peut avoir différentes significations. 

A' ce propos, la pensée catholique orthodoxe, suivant Isidore de Séville, considérait le Neuf comme un nombre imparfait comparé au Dix (Liber numerorum qui in sanctis scripturis occurrunt 10.52.PL 83 : 190). Pythagore, qui dans le Portail Royal de Chartres siège tout près la statue de la Musique, avait consacré la perfection du Dix dans la Tetraktys. En ce cas le neuf cordes feraient allusion à l’imperfection de notre connaissance (musicale), soulignée par Musica enchiriadis (XIX,10-12) et Micrologus (XIV, 16-19).

En suivant plutôt la tradition musicale ancienne, le Neuf, dans le rapport fondamentale 9/8 est considéré  « omnium musicorum sonorum mensura communis » (Boethius, De arithmetica 2,54, CCL 94 A :224) Le rapport 9/8 est associé à la cosmologie mathématique du Timée, transmise par Cicero, Macrobius et Calcidius.  Marcianus Capella affirme que le Neuf « harmoniae ultima pars est » (De nuptiis Philologiae et Mercurii 7.741).

Du point de vue purement arithmétique, au XII siècle Magister Johannes de Séville dans son  Liber Alchorismi de pratica aritmetice, traduction du livre perdu de Muhammad ibn Musa al-Kwarizmi, présente la numération indienne. Il explique que « constat ergo unumquemque limitem 9 numeros continere », il rappelle que neuf sont les sphères célestes et neuf les chœurs angéliques [2].

Guillaume de Conches dans son œuvre  Philosophia ne donne aucune importance au Dix, alors que neuf sont les cercles invisibles du ciel (Liber II, V, 13) et neuf les mois de la gestation humaine (Liber IV, XIV,22-23).

Enfin, le luthier pourrait observer que le rapport entre la première et la dixième corde (cachée ou virtuelle) est de 3/2, la Quinte juste, le rapport  harmonique fondamental dans la théorie musicale pythagoricienne.

Ainsi, l’homme savant pouvait interpréter les neuf chœurs des psaltérions comme symbole du fondement de la divine science harmonique et en même temps de l’imperfection de notre connaissance.

 NOTES

[1] Les psaltérions postérieures, par exemple celui sculpté sur le portail sud, XIII siècle,  de la même cathédrale sont essentiellement des triangles isocèles avec les angles à la base de 45°, ce que permet à 15 cordes de se rapprocher au plus près des mesures théoriques de la gamme diatonique. Voir :  OLIVIER FERAUD (2015), Lecture croisée du monochorde et du psaltérion à travers leur reconstitution. En : L’Instrumentarium du Moyen Age. La restitution du son. Sous la direction de Welleda Muller. Paris, l’Harmattan.

[2] KURT LAMPE (2006), A twefth-century text on the number nine and divine creation : a new interpretation of boethian cosmology? en : PIMS, gen.2006.

 

 

 

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A Randazzo il Medioevo risuona con i liuti di Giuseppe Severini

A Randazzo il Medioevo risuona con i liuti di Giuseppe Severini

A Randazzo il Medioevo risuona con i liuti di Giuseppe Severini

04/12/2017 - 15:51 di Maria Ausilia Boemi

E' un professore di lettere originario di Milano, da anni trasferito in Sicilia, che ricostruisce e fa riascoltare gli antichi strumenti musicali. Ha aperto una "Casa della musica e della liuteria medievale"

GN4 DAT 12958265.jpg a randazzo il medioevo risuona con i liuti di giuseppe severini

Una didattica per turisti adulti e scolaresche che è anche un viaggio nel tempo e nelle proprie radici più antiche. Entrare infatti in questa casa - “scarnificata” dall’intonaco fino a riportare alla luce le pietre originali medievali per ritrovarne la vera anima, e con essa quella delle tante generazioni che vi hanno vissuto - significa fare un viaggio nel tempo attraverso la musica che, con le sue armonie, agli antichi serviva a spiegare il mistero del cosmo dentro e fuori di loro. «Il mio lavoro - spiega ancora Giuseppe Severini - consiste nello studio dei modelli antichi di strumenti musicali e nel tentativo di ricostruirli, creando degli oggetti funzionanti con cui si possa interpretare il repertorio originale che ancora abbiamo, in particolare dell’epoca medievale».

Il viaggio nel tempo, che coinvolge i sensi della vista e dell’udito, inizia da una “Citola” in costruzione, «strumento dalla timbrica particolare legata alla sua particolare forma e dimensione, realizzato scavando un pezzo unico di legno». Una lavorazione completamente diversa da quella del liuto, che invece si costruisce con diversi listelli di legno sottili per garantirne la leggerezza. Armonie sussurrate risuonano intanto con le corde pizzicate dal vento dell’arpa eolica sotto la sapiente direzione d’orchestra di madre natura. A queste si aggiungono i suoni armonici di antiche campane del Tibet, realizzate con una lega di 7 metalli, «7 come i pianeti (allora conosciuti), quindi con un significato cosmologico: si sentono benissimo i suoni armonici che sono quelli segreti della natura». Sopra uno spartito risalente agli inizi del 1200, dal Tintinnabulum rispondono intanto con suono squillante le campanelle che, all’epoca dei canti gregoriani, aiutavano i monaci a trovare l’intonazione.

 

 

 

«La nostra associazione “Secoli bui” - spiega Giuseppe Severini - si dedica alla ricerca e alla ricostruzione di particolari strumenti musicali, soprattutto medievali». Allo stupore degli occhi continua così ad aggiungersi l’incanto dell’udito, ascoltando melodie del passato lontano: c’è la “Simphonia”, nota volgarmente come “Organistrum” e ricostruita sulla base del ritratto presente sul Portico della gloria a Santiago de Compostela. Uno strumento che si suona in coppia, quindi scomodo e per questo ben presto abbandonato in favore della più maneggevole “Ghironda”: sono queste le prime «macchine per la musica medievali». Poi ci sono strumenti ad arco che, ricostruiti da Severini, raccontano la storia del violino: «Erano strumenti che si suonavano sulle ginocchia, come se fossero dei violoncelli, fino a quando si cominciano a sviluppare altri suonati a spalla, come la “Ribeca”, tratta da una pittura del 1070». E via via, da una melodia all’altra suonata da ciascuno di questi strumenti dal suono peculiare, fino al barocco di una chitarra battente realizzata da Severini, invece che con le doghe, su un pezzo di legno unico di salice rosso trovato nel fiume e decorata con la madreperla e «al salterio che si suona con le bacchettine e anticipa dunque un po’ il pianoforte». «Sette anni fa - racconta Severini - ho pensato di rendere visitabile il laboratorio di liuteria e di dedicare questa saletta con una quarantina di posti all’esposizione didattica di oltre 60 strumenti musicali e oggetti sonori, che inizia dalla preistoria - dalle conchiglie bucate alle mandibole di animali, dal corno ai flauti realizzati con ossa - passando poi all’antica Grecia - con ricostruzioni di strumenti come la “Kythara” o il “Barbitos” realizzato con il guscio di tartaruga, fino agli strumenti del Medioevo».

Un excursus che serve anche a ricordare come «l’eredità classica della teoria musicale e dell’astronomia fu tramandata grazie a Boezio che salvò, traducendole in latino, queste conoscenze importanti di matematica, aritmetica, astronomia e musica che altrimenti, nell’Europa barbarica, si sarebbero perse». Un mito filosofico classico, quello dell’armonia delle sfere per cui «all’ordine cosmico corrisponde un’armonia musicale», che oggi - con i dovuti “distinguo” scientifici - si sta in qualche modo recuperando, tanto che «l’anno scorso per la prima volta si è “sentito” il suono dell’universo. L’astronomia, che finora ha sempre lavorato con la vista, da qualche decennio a questa parte con i radiotelescopi traduce molti segnali in grafici e immagini e ora anche in suoni. La vibrazione dell’onda gravitazionale è stata così tradotta in suono. È un ritorno a determinate immaginazioni, perché la scienza in fondo è fatta di immaginazione, che poi va verificata o contraddetta. Gli strumenti musicali rispettano queste convinzioni profondissime degli uomini colti del Medioevo. Ad esempio, nel liuto, strumento universale proveniente dalla Persia e poi importato dagli arabi in Tunisia e da lì in Sicilia, la parte piana è la terra con le anime dei viventi e le corde sono i suoni: sono tutte cose scritte attorno all’ottavo secolo a Baghdad. Abbiamo così la terra, l’acqua, l’aria e il fuoco e la relazione tra le cose è l’armonia e, dunque, l’anima del mondo; e quando uno suona il liuto è come se desse voce a quest’armonia, ovviamente legando l’anima universale a quella individuale».

Il legame con la terra di origine (per parte di madre), invece, è quello che ha spinto Giuseppe Severini, docente di Lettere nella natia Milano, a chiedere a 37 anni il trasferimento in Sicilia: «Sono da sempre molto legato a tutti i miei parenti che vivono in questa terra che amo moltissimo, tanto che a un certo punto mi sono detto: “Proviamo a viverci, magari resterò deluso, però è inutile restare con questo mito”. E quando mi sono trasferito, 23 anni fa, mi sono invece trovato benissimo». Lui e l’ex moglie (da cui ha avuto tre figli. Oggi Severini è sposato con una musicista) ottengono la cattedra a Maletto e Maniace e, dopo avere scoperto per caso Randazzo, perdendosi tra i vicoli medievali di questa cittadina, il liutaio ne rimane affascinato. Acquista la casa, oggi adibita in parte ad abitazione, in parte a laboratorio e museo. «Dopo 3 anni ho lasciato la scuola e mi sono messo a fare solamente il liutaio». Severini, infatti, oltre alla laurea in Filosofia con tesi in Storia medievale, aveva studiato musica - mandolino classico - al conservatorio di Padova. E la passione per gli strumenti musicali antichi? «Sin da piccolo ero appassionato del mondo antico, all’università ho studiato storia medievale, per cui avevo già questo interesse. All’epoca, negli anni ’70, ascoltavo i gruppi che facevano musica medievale e poi ho cominciato a studiare al conservatorio. Per gli studi, ci dovevamo fare costruire un tipo di mandolino barocco: sono andato dal liutaio e mi è piaciuto tantissimo. A poco a poco ho iniziato a costruirestrumenti semplici, da autodidatta, andando dal liutaio che avevo conosciuto a imparare, senza però mai iscrivermi alla scuola, perché già ero al conservatorio e volevo fare il musicista. E infatti ho cominciato a fare il musicista, suonando musica antica, soprattutto barocca, ma il repertorio mandolinistico è comunque limitato. Allora ho cominciato ad appassionarmi alla musica medievale. E alla fine la liuteria è diventata l’attività preminente».

Per la costruzione degli antichi strumenti, galeotto fu l’amore di Severini per la storia e l’opportunità di vedere gli strumenti conservati nei musei a teche aperte e «soprattutto di poterli toccare: lì ho capito cosa era la liuteria antica. Quella moderna è molto pesante, ma se si prende in mano un mandolino barocco del ’700 non pesa niente, sembra una piuma. L’impressione che fa toccare un oggetto di artigianato di quell’epoca è straordinaria: uno si rende conto di che lavoro c’è dietro, quale incredibile manualità. Pochissime persone riescono a fare ancora questo lavoro realizzando spessori così sottili». Pochi in Italia i liutai che ricostruiscono strumenti musicali del Medioevo, ma in generale questa è una categoria molto esclusiva: «Io ho venduto moltissimi strumenti anche qui in Sicilia (il prezzo può variare dai 500 ai 4-5.000 euro) quando c’era la moda della musica medievale, ma ora questa moda è finita».

Ma la liuteria è ancora un’arte che può dare lavoro? «Penso di sì: ci sono due scuole importanti in Italia, quella di Cremona e la scuola Civica di Milano dove ci si può specializzare sia in restauro sia in costruzione. Certo, come per le altre professioni, si studia e poi si spera di trovare un impiego. Uno che studia restauro, ad esempio, può aprirsi un laboratorio proprio o può entrare a fare il restauratore in un museo. Ho d’altro canto conosciuto però tanti studenti di liuteria che poi hanno fatto un altro lavoro».

Ma in fondo cosa ha fatto realmente innamorare della Sicilia questo estroso professore, che per due anni, per fare un’esperienza estrema, ha vissuto senza energia elettrica e senza gas (a riportarlo a un certo punto a più miti consigli moderni, la moglie)? «La luce, anzi una particolare vibrazione della luce che c’è solo in Sicilia. Questo è il primo dato percettivo, poi ovviamente ci sono i dati affettivi legati ai ricordi dei miei nonni. Ciò che inoltre mi ha affascinato di più, però poi vivendoci, è il contatto che a Randazzo posso avere con la natura, con gli elementi naturali. Se io esco da qua, tempo tre minuti sono in un mondo che sembra l’Eden: non ci sono coltivazioni, non si usano diserbanti, è bellissimo. Vero è che la natura la potevo trovare anche altrove: in Francia, in Spagna, ad esempio, c’è tutto come qua, la storia, la pietra, il legno. Ma manca l’Etna, che è magnetico di per sé. E anche se non sono mai salito ai crateri, mi basta la presenza di questo vulcano. Lui c’è».

E c’è, presenza invisibile, anche quando, uscite dall’antica casa-museo, sotto la pioggia si torna alla macchina lungo le stradine medievali di una Randazzo silente, in questo quartiere quasi spopolato: e, se non fosse per qualche rara auto parcheggiata nei punti dove le “vanedde” appena s’allargano, diresti di essere viandante del Medioevo tra le casette di pietra viva. Ma ormai è tempo di tornare nel XXI secolo, con la musica antica che tuttavia continua a mormorare melodie senza tempo, facendo vibrare le corde più recondite del cuore.

«La nostra associazione “Secoli bui” - spiega Giuseppe Severini - si dedica alla ricerca e alla ricostruzione di particolari strumenti musicali, soprattutto medievali». Allo stupore degli occhi continua così ad aggiungersi l’incanto dell’udito, ascoltando melodie del passato lontano: c’è la “Simphonia”, nota volgarmente come “Organistrum” e ricostruita sulla base del ritratto presente sul Portico della gloria a Santiago de Compostela. Uno strumento che si suona in coppia, quindi scomodo e per questo ben presto abbandonato in favore della più maneggevole “Ghironda”: sono queste le prime «macchine per la musica medievali». Poi ci sono strumenti ad arco che, ricostruiti da Severini, raccontano la storia del violino: «Erano strumenti che si suonavano sulle ginocchia, come se fossero dei violoncelli, fino a quando si cominciano a sviluppare altri suonati a spalla, come la “Ribeca”, tratta da una pittura del 1070». E via via, da una melodia all’altra suonata da ciascuno di questi strumenti dal suono peculiare, fino al barocco di una chitarra battente realizzata da Severini, invece che con le doghe, su un pezzo di legno unico di salice rosso trovato nel fiume e decorata con la madreperla e «al salterio che si suona con le bacchettine e anticipa dunque un po’ il pianoforte». «Sette anni fa - racconta Severini - ho pensato di rendere visitabile il laboratorio di liuteria e di dedicare questa saletta con una quarantina di posti all’esposizione didattica di oltre 60 strumenti musicali e oggetti sonori, che inizia dalla preistoria - dalle conchiglie bucate alle mandibole di animali, dal corno ai flauti realizzati con ossa - passando poi all’antica Grecia - con ricostruzioni di strumenti come la “Kythara” o il “Barbitos” realizzato con il guscio di tartaruga, fino agli strumenti del Medioevo».

Un excursus che serve anche a ricordare come «l’eredità classica della teoria musicale e dell’astronomia fu tramandata grazie a Boezio che salvò, traducendole in latino, queste conoscenze importanti di matematica, aritmetica, astronomia e musica che altrimenti, nell’Europa barbarica, si sarebbero perse». Un mito filosofico classico, quello dell’armonia delle sfere per cui «all’ordine cosmico corrisponde un’armonia musicale», che oggi - con i dovuti “distinguo” scientifici - si sta in qualche modo recuperando, tanto che «l’anno scorso per la prima volta si è “sentito” il suono dell’universo. L’astronomia, che finora ha sempre lavorato con la vista, da qualche decennio a questa parte con i radiotelescopi traduce molti segnali in grafici e immagini e ora anche in suoni. La vibrazione dell’onda gravitazionale è stata così tradotta in suono. È un ritorno a determinate immaginazioni, perché la scienza in fondo è fatta di immaginazione, che poi va verificata o contraddetta. Gli strumenti musicali rispettano queste convinzioni profondissime degli uomini colti del Medioevo. Ad esempio, nel liuto, strumento universale proveniente dalla Persia e poi importato dagli arabi in Tunisia e da lì in Sicilia, la parte piana è la terra con le anime dei viventi e le corde sono i suoni: sono tutte cose scritte attorno all’ottavo secolo a Baghdad. Abbiamo così la terra, l’acqua, l’aria e il fuoco e la relazione tra le cose è l’armonia e, dunque, l’anima del mondo; e quando uno suona il liuto è come se desse voce a quest’armonia, ovviamente legando l’anima universale a quella individuale».

Il legame con la terra di origine (per parte di madre), invece, è quello che ha spinto Giuseppe Severini, docente di Lettere nella natia Milano, a chiedere a 37 anni il trasferimento in Sicilia: «Sono da sempre molto legato a tutti i miei parenti che vivono in questa terra che amo moltissimo, tanto che a un certo punto mi sono detto: “Proviamo a viverci, magari resterò deluso, però è inutile restare con questo mito”. E quando mi sono trasferito, 23 anni fa, mi sono invece trovato benissimo». Lui e l’ex moglie (da cui ha avuto tre figli. Oggi Severini è sposato con una musicista) ottengono la cattedra a Maletto e Maniace e, dopo avere scoperto per caso Randazzo, perdendosi tra i vicoli medievali di questa cittadina, il liutaio ne rimane affascinato. Acquista la casa, oggi adibita in parte ad abitazione, in parte a laboratorio e museo. «Dopo 3 anni ho lasciato la scuola e mi sono messo a fare solamente il liutaio». Severini, infatti, oltre alla laurea in Filosofia con tesi in Storia medievale, aveva studiato musica - mandolino classico - al conservatorio di Padova. E la passione per gli strumenti musicali antichi? «Sin da piccolo ero appassionato del mondo antico, all’università ho studiato storia medievale, per cui avevo già questo interesse. All’epoca, negli anni ’70, ascoltavo i gruppi che facevano musica medievale e poi ho cominciato a studiare al conservatorio. Per gli studi, ci dovevamo fare costruire un tipo di mandolino barocco: sono andato dal liutaio e mi è piaciuto tantissimo. A poco a poco ho iniziato a costruirestrumenti semplici, da autodidatta, andando dal liutaio che avevo conosciuto a imparare, senza però mai iscrivermi alla scuola, perché già ero al conservatorio e volevo fare il musicista. E infatti ho cominciato a fare il musicista, suonando musica antica, soprattutto barocca, ma il repertorio mandolinistico è comunque limitato. Allora ho cominciato ad appassionarmi alla musica medievale. E alla fine la liuteria è diventata l’attività preminente».

Per la costruzione degli antichi strumenti, galeotto fu l’amore di Severini per la storia e l’opportunità di vedere gli strumenti conservati nei musei a teche aperte e «soprattutto di poterli toccare: lì ho capito cosa era la liuteria antica. Quella moderna è molto pesante, ma se si prende in mano un mandolino barocco del ’700 non pesa niente, sembra una piuma. L’impressione che fa toccare un oggetto di artigianato di quell’epoca è straordinaria: uno si rende conto di che lavoro c’è dietro, quale incredibile manualità. Pochissime persone riescono a fare ancora questo lavoro realizzando spessori così sottili». Pochi in Italia i liutai che ricostruiscono strumenti musicali del Medioevo, ma in generale questa è una categoria molto esclusiva: «Io ho venduto moltissimi strumenti anche qui in Sicilia (il prezzo può variare dai 500 ai 4-5.000 euro) quando c’era la moda della musica medievale, ma ora questa moda è finita».

Ma la liuteria è ancora un’arte che può dare lavoro? «Penso di sì: ci sono due scuole importanti in Italia, quella di Cremona e la scuola Civica di Milano dove ci si può specializzare sia in restauro sia in costruzione. Certo, come per le altre professioni, si studia e poi si spera di trovare un impiego. Uno che studia restauro, ad esempio, può aprirsi un laboratorio proprio o può entrare a fare il restauratore in un museo. Ho d’altro canto conosciuto però tanti studenti di liuteria che poi hanno fatto un altro lavoro».

Ma in fondo cosa ha fatto realmente innamorare della Sicilia questo estroso professore, che per due anni, per fare un’esperienza estrema, ha vissuto senza energia elettrica e senza gas (a riportarlo a un certo punto a più miti consigli moderni, la moglie)? «La luce, anzi una particolare vibrazione della luce che c’è solo in Sicilia. Questo è il primo dato percettivo, poi ovviamente ci sono i dati affettivi legati ai ricordi dei miei nonni. Ciò che inoltre mi ha affascinato di più, però poi vivendoci, è il contatto che a Randazzo posso avere con la natura, con gli elementi naturali. Se io esco da qua, tempo tre minuti sono in un mondo che sembra l’Eden: non ci sono coltivazioni, non si usano diserbanti, è bellissimo. Vero è che la natura la potevo trovare anche altrove: in Francia, in Spagna, ad esempio, c’è tutto come qua, la storia, la pietra, il legno. Ma manca l’Etna, che è magnetico di per sé. E anche se non sono mai salito ai crateri, mi basta la presenza di questo vulcano. Lui c’è».

E c’è, presenza invisibile, anche quando, uscite dall’antica casa-museo, sotto la pioggia si torna alla macchina lungo le stradine medievali di una Randazzo silente, in questo quartiere quasi spopolato: e, se non fosse per qualche rara auto parcheggiata nei punti dove le “vanedde” appena s’allargano, diresti di essere viandante del Medioevo tra le casette di pietra viva. Ma ormai è tempo di tornare nel XXI secolo, con la musica antica che tuttavia continua a mormorare melodie senza tempo, facendo vibrare le corde più recondite del cuore.

 

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