Organistrum: matching three different keyboards

Organistrum: matching three different keyboards

Describing 3 different interpretations

of  “TWO MEN LYRE”

keyboard

from Gate of Glory of Santiago de Compostela cathedral

and their efficiency.

 

Agreed that the instrument has 3 strings and 11 keys 

 

 

 

  1. The “chromatic/parallel” keyboard has 12 one-way “up and down” keys with 3 tangents each one.

Tuning: V, IV or IV, V.

 

The 36 semitones obtainable from each string occur in 1 arrangement coinciding with the tuning, they are available 3 at a time in 12 single choices which cannot be combined with each other. Therefore, the virtual range of 2 octaves minus 1 semitone is reduced to its half.

Francisco Luengo, who built this kind of keyboard in the eighties writes: “The keys are eleven … twelve available sounds, surely a chromatic octave. This fact doesn’t imply that organistrum was intended to play other than modal music, but, certainly, it was an instrument for transposition, able both to change the pitch of any composition and to carry out all exachords combinations” (Francisco Luengo in: El Portico de la Gloria. Musica, Arte y pensamento. “Cuadernos de Musica en Compostela II” Santiago de Compostela, 1988 , p.111). Approximately the same words in Christian Rault, La reconstitution de l’Organistrum (available on Google).

My only observation concerns the impossibility of transposing an 8 sounds average gregorian melody entirely within a single octave.

 

  1. The “diatonic/polyphonic” type has 10 one-way “up and down” keys and 1 both “up and down” and 180° spinning key.

Tuning: I, VIII.

 

 

3 keys operate on the bass string, 4  (3+1) on the middle one, 5 on the treble. 1 key of the latter group can be spun 180 degrees and operated both on the middle and on the treble strings alternately, producing different sounds. Then  14 sounds are available and they can be combined operating the independent keys, 2 at a time, as follows:

 

(4x5)+ (4x6) + (5x6) = 20+24+30 = 74

 

But, since part of these 74 combinations generates 22 dissonant intervals either rarely or never performed (II and VII) plus 4 tritones, the total number of actual combinations amounts to  74 - 22  - 4  = 48 .

 

On this diatonic keyboard, with this tuning: A,A, a (whole scale: one octave plus one fifth) it is possible to perform music in 2 modes: Protus plagalis and  Protus autenticus. Some advantages are that the three “mother-strings”  Do, Re and Mi  lie on the bass string and the main exachords: naturalis, durus  and  mollis  are all represented, while f# (ficta)  introduces an additional “false” exachord.

In 12th century two voices polyphonic  compositions, whatever the Mode, a range of 20 to 30  combinations of sounds is requested.   

The amount of 48 is  enough to serve no more than 1 authentic mode and its plagal, considering that they have a good deal of sounds in common.

In a mathematical way:

48:2 = 24

24<30

 

3.The “chromatic/polyphonic” keyboard has 11  both “up and down”  and 360° spinning keys bearing  5 tangents on 4 different positions each one,

Tuning: IV,V or V,IV

 

 

The 12 semitones obtainable from each string can be managed separately by using 1 key at a time. To these 36 choices some others have to be added:  the 12 “organum parallelum” choices on treble and middle strings keeping the bass as a drone. Thus  36+12 = 48 choices in total.

Furthermore, by managing 2 keys at a time, 6 combinations of sounds are available for each couple. Since keys combinations are 12x12 = 144 in total, then the sum of all possible combinations of sounds amounts to 144x6 = 864,

to which  the first group of 48 sounds has to be added:  912  possible combinations of sounds in total.

 

12x12 =    144

144x6 =    864

864+48 = 912

But, since in all 12th century music compositions, no matter which modal transposition occurs, no more than 8 keys are required, performing combinations are, as follows:

 

8x8 = 64

64x6 = 384

384+48 = 432

 

Then, all combinations that give dissonant intervals rarely or never performed (II and VII) have to be subtracted from this number: 44 dissonances between the outer strings and 4 for each semitone of the adjacent strings:

44+( 4x11) + (4x11)  = 132  in sum

Adding to this amount 28 tritones and 11 fourths (or fifths, depending on middle string pitch) not to be performed by the same key on the bass and middle strings: 132+28+11 = 171  combinations to be avoided.

Finally: 432-171 = 261  useful combinations.

 

In 12th century two voices polyphonic  compositions, whatever the Mode, an average amount of 20 to 30  combinations of sounds is requested.   

Sure enough, this advanced keyboard, actually extended over 2 octaves minus a semitone, allows us to play in each of the 8 modes.

In a mathematical way:  

261 :8 = 32,625

32>30

 

 

.

 

 

 

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Organistrum: diversi modelli di tastiera a confronto

Organistrum: diversi modelli di tastiera a confronto

3 DIVERSE INTERPRETAZIONI

del meccanismo della tastiera di

“VIELLA A RUOTA A 4 MANI” (vulg. Organistrum)

nel portico della Gloria della cattedrale di san  Giacomo de Compostela

e loro rendimento.

 

Date 3 corde e 11 chiavi

 

 

  1. Nel modello adottato comunemente, che potremmo chiamare “cromatico/parallelo” con chiavi a saliscendi munite di tripla tangente

Accordato per  V, IV o IV, V

 

i 12 semitoni ottenibili da ogni corda, in tutto 36, si presentano in 1 sola combinazione corrispondente all’accordatura, disponibili  3 alla volta in 12 opzioni singole non  combinabili tra di  loro. In tal modo l’estensione dello strumento, che sarebbe di due ottave cromatiche meno un semitono, viene ridotta della metà.

Chi ha scelto questa soluzione così la giustifica:

“Le chiavi sono undici … dodici i suoni possibili, certamente un’ottava cromatica. Questo non vuol dire che l’organistrum fosse destinato a eseguire altra musica che quella modale, ma che, sicuramente, si trattava di uno strumento traspositore, con il quale si poteva variare a volontà la altezza di una composizione e che permetteva di realizzare tutte le combinazioni dell’esacordo.” (Francisco Luengo in: El Portico de la Gloria. Musica, Arte y pensamento. “Cuadernos de Musica en Compostela II” Santiago de Compostela, 1988 , p.111). La stessa valutazione, quasi con le stesse parole viene espressa da Christian Rault nella sua relazione sulla ricostruzione dello strumento.

La mia sola obiezione è che la trasposizione integrale di una melodia gregoriana, che consta mediamente di almeno 8 suoni è praticamente impossibile quando si disponga di un’estensione di una sola ottava.

 

  1. Nel modello “diatonico/polifonico” con 10 chiavi a saliscendi e 1 a saliscendi anche ruotabile di 180°

 con accordatura  I, VIII

3 chiavi agiscono sul basso, 4 (3+1) sulla corda centrale e 5 sulla corda acuta. La chiave girevole  può agire alternativamente sul cantino e sulla corda centrale. Si possono dunque amministrare 14 suoni in totale attraverso diverse combinazioni di chiavi, a partire da quelle insistenti sul basso, come segue:                                                       

 

(4x5) + (4x6) + (5x6) = 20+24+30 = 74

 

Una parte di queste  74 combinazioni genera 22 intervalli dissonanti raramente o mai  praticati  (seconde e settime) più 4 tritoni, quindi il totale delle combinazioni effettivamente utili è:

74-26 = 48 .

Con l' accordatura in LA, LA, la, i modi praticabili sono il Protus plagalis e il protus autenticus. Le tre "corde madri" Do Re e Mi sono rappresentate al basso, tutti i tetracordi fondamentali: naturale, duro e molle sono praticabili e la ficta f# introduce un ulteriore esacordo, quello “falso” di Re.

Poiché mediamente le composizioni polifoniche a due voci del secolo XII presentano un numero variabile da 15 a 30 diverse combinazioni di suoni il numero di  48 possibili combinazioni riesce a servire soltanto un modo autentico e il suo plagale, poichè essi hanno buona parte dei suoni in comune. Se volessimo operare con due modi qualsiasi invece potremmo incontrare delle limitazioni, infatti:

48:2 = 24

24 < 30.

 

 

 

  1. Nel modello “cromatico/polifonico” con 11 chiavi a saliscendi e ruotabili di 360° ciascuna munita di tangenti su 4 diverse posizioni, con accordatura IV, V o V, IV

 

 

 i 12 semitoni ottenibili da ogni corda sono amministrabili in due modI:

  1. Singolarmente, usando 1 chiave alla volta, con 36 opzioni cui si devono aggiungere le 12 opzioni di organum parallelum ottenibili sulla corda più acuta e la mediana, restando il basso con funzione di bordone.  In totale quindi disponiamo di 48
  2. manipolando 2 chiavi contemporaneamente  vi sono 6 diverse combinazioni di suoni per ogni coppia di chiavi e poiché gli abbinamenti in totale sono 12x12 = 144,  consegue che le combinazioni possibili tra tutti i suoni disponibili sono 144x6 = 864, cui dobbiamo aggiungere i 48 suoni di cui sopra, raggiungendo così il  totale di 912 possibili combinazioni di suoni.

Poiché però in ogni brano musicale, trasposto in qualunque modo,  non si usano di volta in volta più di 8 chiavi, le combinazioni effettivamente praticate sono poco meno della metà di quelle possibili, vale a dire:

8x8 = 64

64x6 = 384

384+48 = 432

Da questo numero però dobbiamo sottrarre tutte le combinazioni che danno luogo a intervalli dissonanti poco o per nulla praticati (seconde e settime): 44 fra le corde esterne e 4  per ogni semitono fra le corde contigue quindi  in totale 44+ (4x22)= 132.

 Si devono anche sottrarre tutti i tritoni, 28 in totale, e  le quarte (o quinte, dipende dall’accordatura della corda mediana) in tutto 11, non eseguibili con le chiavi sulla corda bassa e su quella mediana:

132+28+11 = 171

 

Il totale delle combinazioni praticabili sarà dunque

432 - 171  = 261

 

Poiché per ogni composizione del periodo compreso tra seconda metà del XII e inizi del XIII secolo riscontriamo l’utilizzo di 20 - 30 combinazioni di suoni  e poiché l’estensione di questa tastiera particolarmente avanzata è di due ottave meno un semitono, si possono praticare con essa tutti i modi con tutte le loro mutazioni e permutazioni

Se infatti dividiamo 261 per il numero dei modi gregoriani:

 

261 : 8 = 32,625

 

Ove 32 > 30

 

 

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A Randazzo il Medioevo risuona con i liuti di Giuseppe Severini

A Randazzo il Medioevo risuona con i liuti di Giuseppe Severini

A Randazzo il Medioevo risuona con i liuti di Giuseppe Severini

04/12/2017 - 15:51 di Maria Ausilia Boemi

E' un professore di lettere originario di Milano, da anni trasferito in Sicilia, che ricostruisce e fa riascoltare gli antichi strumenti musicali. Ha aperto una "Casa della musica e della liuteria medievale"

GN4 DAT 12958265.jpg a randazzo il medioevo risuona con i liuti di giuseppe severini

Una didattica per turisti adulti e scolaresche che è anche un viaggio nel tempo e nelle proprie radici più antiche. Entrare infatti in questa casa - “scarnificata” dall’intonaco fino a riportare alla luce le pietre originali medievali per ritrovarne la vera anima, e con essa quella delle tante generazioni che vi hanno vissuto - significa fare un viaggio nel tempo attraverso la musica che, con le sue armonie, agli antichi serviva a spiegare il mistero del cosmo dentro e fuori di loro. «Il mio lavoro - spiega ancora Giuseppe Severini - consiste nello studio dei modelli antichi di strumenti musicali e nel tentativo di ricostruirli, creando degli oggetti funzionanti con cui si possa interpretare il repertorio originale che ancora abbiamo, in particolare dell’epoca medievale».

Il viaggio nel tempo, che coinvolge i sensi della vista e dell’udito, inizia da una “Citola” in costruzione, «strumento dalla timbrica particolare legata alla sua particolare forma e dimensione, realizzato scavando un pezzo unico di legno». Una lavorazione completamente diversa da quella del liuto, che invece si costruisce con diversi listelli di legno sottili per garantirne la leggerezza. Armonie sussurrate risuonano intanto con le corde pizzicate dal vento dell’arpa eolica sotto la sapiente direzione d’orchestra di madre natura. A queste si aggiungono i suoni armonici di antiche campane del Tibet, realizzate con una lega di 7 metalli, «7 come i pianeti (allora conosciuti), quindi con un significato cosmologico: si sentono benissimo i suoni armonici che sono quelli segreti della natura». Sopra uno spartito risalente agli inizi del 1200, dal Tintinnabulum rispondono intanto con suono squillante le campanelle che, all’epoca dei canti gregoriani, aiutavano i monaci a trovare l’intonazione.

 

 

 

«La nostra associazione “Secoli bui” - spiega Giuseppe Severini - si dedica alla ricerca e alla ricostruzione di particolari strumenti musicali, soprattutto medievali». Allo stupore degli occhi continua così ad aggiungersi l’incanto dell’udito, ascoltando melodie del passato lontano: c’è la “Simphonia”, nota volgarmente come “Organistrum” e ricostruita sulla base del ritratto presente sul Portico della gloria a Santiago de Compostela. Uno strumento che si suona in coppia, quindi scomodo e per questo ben presto abbandonato in favore della più maneggevole “Ghironda”: sono queste le prime «macchine per la musica medievali». Poi ci sono strumenti ad arco che, ricostruiti da Severini, raccontano la storia del violino: «Erano strumenti che si suonavano sulle ginocchia, come se fossero dei violoncelli, fino a quando si cominciano a sviluppare altri suonati a spalla, come la “Ribeca”, tratta da una pittura del 1070». E via via, da una melodia all’altra suonata da ciascuno di questi strumenti dal suono peculiare, fino al barocco di una chitarra battente realizzata da Severini, invece che con le doghe, su un pezzo di legno unico di salice rosso trovato nel fiume e decorata con la madreperla e «al salterio che si suona con le bacchettine e anticipa dunque un po’ il pianoforte». «Sette anni fa - racconta Severini - ho pensato di rendere visitabile il laboratorio di liuteria e di dedicare questa saletta con una quarantina di posti all’esposizione didattica di oltre 60 strumenti musicali e oggetti sonori, che inizia dalla preistoria - dalle conchiglie bucate alle mandibole di animali, dal corno ai flauti realizzati con ossa - passando poi all’antica Grecia - con ricostruzioni di strumenti come la “Kythara” o il “Barbitos” realizzato con il guscio di tartaruga, fino agli strumenti del Medioevo».

Un excursus che serve anche a ricordare come «l’eredità classica della teoria musicale e dell’astronomia fu tramandata grazie a Boezio che salvò, traducendole in latino, queste conoscenze importanti di matematica, aritmetica, astronomia e musica che altrimenti, nell’Europa barbarica, si sarebbero perse». Un mito filosofico classico, quello dell’armonia delle sfere per cui «all’ordine cosmico corrisponde un’armonia musicale», che oggi - con i dovuti “distinguo” scientifici - si sta in qualche modo recuperando, tanto che «l’anno scorso per la prima volta si è “sentito” il suono dell’universo. L’astronomia, che finora ha sempre lavorato con la vista, da qualche decennio a questa parte con i radiotelescopi traduce molti segnali in grafici e immagini e ora anche in suoni. La vibrazione dell’onda gravitazionale è stata così tradotta in suono. È un ritorno a determinate immaginazioni, perché la scienza in fondo è fatta di immaginazione, che poi va verificata o contraddetta. Gli strumenti musicali rispettano queste convinzioni profondissime degli uomini colti del Medioevo. Ad esempio, nel liuto, strumento universale proveniente dalla Persia e poi importato dagli arabi in Tunisia e da lì in Sicilia, la parte piana è la terra con le anime dei viventi e le corde sono i suoni: sono tutte cose scritte attorno all’ottavo secolo a Baghdad. Abbiamo così la terra, l’acqua, l’aria e il fuoco e la relazione tra le cose è l’armonia e, dunque, l’anima del mondo; e quando uno suona il liuto è come se desse voce a quest’armonia, ovviamente legando l’anima universale a quella individuale».

Il legame con la terra di origine (per parte di madre), invece, è quello che ha spinto Giuseppe Severini, docente di Lettere nella natia Milano, a chiedere a 37 anni il trasferimento in Sicilia: «Sono da sempre molto legato a tutti i miei parenti che vivono in questa terra che amo moltissimo, tanto che a un certo punto mi sono detto: “Proviamo a viverci, magari resterò deluso, però è inutile restare con questo mito”. E quando mi sono trasferito, 23 anni fa, mi sono invece trovato benissimo». Lui e l’ex moglie (da cui ha avuto tre figli. Oggi Severini è sposato con una musicista) ottengono la cattedra a Maletto e Maniace e, dopo avere scoperto per caso Randazzo, perdendosi tra i vicoli medievali di questa cittadina, il liutaio ne rimane affascinato. Acquista la casa, oggi adibita in parte ad abitazione, in parte a laboratorio e museo. «Dopo 3 anni ho lasciato la scuola e mi sono messo a fare solamente il liutaio». Severini, infatti, oltre alla laurea in Filosofia con tesi in Storia medievale, aveva studiato musica - mandolino classico - al conservatorio di Padova. E la passione per gli strumenti musicali antichi? «Sin da piccolo ero appassionato del mondo antico, all’università ho studiato storia medievale, per cui avevo già questo interesse. All’epoca, negli anni ’70, ascoltavo i gruppi che facevano musica medievale e poi ho cominciato a studiare al conservatorio. Per gli studi, ci dovevamo fare costruire un tipo di mandolino barocco: sono andato dal liutaio e mi è piaciuto tantissimo. A poco a poco ho iniziato a costruirestrumenti semplici, da autodidatta, andando dal liutaio che avevo conosciuto a imparare, senza però mai iscrivermi alla scuola, perché già ero al conservatorio e volevo fare il musicista. E infatti ho cominciato a fare il musicista, suonando musica antica, soprattutto barocca, ma il repertorio mandolinistico è comunque limitato. Allora ho cominciato ad appassionarmi alla musica medievale. E alla fine la liuteria è diventata l’attività preminente».

Per la costruzione degli antichi strumenti, galeotto fu l’amore di Severini per la storia e l’opportunità di vedere gli strumenti conservati nei musei a teche aperte e «soprattutto di poterli toccare: lì ho capito cosa era la liuteria antica. Quella moderna è molto pesante, ma se si prende in mano un mandolino barocco del ’700 non pesa niente, sembra una piuma. L’impressione che fa toccare un oggetto di artigianato di quell’epoca è straordinaria: uno si rende conto di che lavoro c’è dietro, quale incredibile manualità. Pochissime persone riescono a fare ancora questo lavoro realizzando spessori così sottili». Pochi in Italia i liutai che ricostruiscono strumenti musicali del Medioevo, ma in generale questa è una categoria molto esclusiva: «Io ho venduto moltissimi strumenti anche qui in Sicilia (il prezzo può variare dai 500 ai 4-5.000 euro) quando c’era la moda della musica medievale, ma ora questa moda è finita».

Ma la liuteria è ancora un’arte che può dare lavoro? «Penso di sì: ci sono due scuole importanti in Italia, quella di Cremona e la scuola Civica di Milano dove ci si può specializzare sia in restauro sia in costruzione. Certo, come per le altre professioni, si studia e poi si spera di trovare un impiego. Uno che studia restauro, ad esempio, può aprirsi un laboratorio proprio o può entrare a fare il restauratore in un museo. Ho d’altro canto conosciuto però tanti studenti di liuteria che poi hanno fatto un altro lavoro».

Ma in fondo cosa ha fatto realmente innamorare della Sicilia questo estroso professore, che per due anni, per fare un’esperienza estrema, ha vissuto senza energia elettrica e senza gas (a riportarlo a un certo punto a più miti consigli moderni, la moglie)? «La luce, anzi una particolare vibrazione della luce che c’è solo in Sicilia. Questo è il primo dato percettivo, poi ovviamente ci sono i dati affettivi legati ai ricordi dei miei nonni. Ciò che inoltre mi ha affascinato di più, però poi vivendoci, è il contatto che a Randazzo posso avere con la natura, con gli elementi naturali. Se io esco da qua, tempo tre minuti sono in un mondo che sembra l’Eden: non ci sono coltivazioni, non si usano diserbanti, è bellissimo. Vero è che la natura la potevo trovare anche altrove: in Francia, in Spagna, ad esempio, c’è tutto come qua, la storia, la pietra, il legno. Ma manca l’Etna, che è magnetico di per sé. E anche se non sono mai salito ai crateri, mi basta la presenza di questo vulcano. Lui c’è».

E c’è, presenza invisibile, anche quando, uscite dall’antica casa-museo, sotto la pioggia si torna alla macchina lungo le stradine medievali di una Randazzo silente, in questo quartiere quasi spopolato: e, se non fosse per qualche rara auto parcheggiata nei punti dove le “vanedde” appena s’allargano, diresti di essere viandante del Medioevo tra le casette di pietra viva. Ma ormai è tempo di tornare nel XXI secolo, con la musica antica che tuttavia continua a mormorare melodie senza tempo, facendo vibrare le corde più recondite del cuore.

«La nostra associazione “Secoli bui” - spiega Giuseppe Severini - si dedica alla ricerca e alla ricostruzione di particolari strumenti musicali, soprattutto medievali». Allo stupore degli occhi continua così ad aggiungersi l’incanto dell’udito, ascoltando melodie del passato lontano: c’è la “Simphonia”, nota volgarmente come “Organistrum” e ricostruita sulla base del ritratto presente sul Portico della gloria a Santiago de Compostela. Uno strumento che si suona in coppia, quindi scomodo e per questo ben presto abbandonato in favore della più maneggevole “Ghironda”: sono queste le prime «macchine per la musica medievali». Poi ci sono strumenti ad arco che, ricostruiti da Severini, raccontano la storia del violino: «Erano strumenti che si suonavano sulle ginocchia, come se fossero dei violoncelli, fino a quando si cominciano a sviluppare altri suonati a spalla, come la “Ribeca”, tratta da una pittura del 1070». E via via, da una melodia all’altra suonata da ciascuno di questi strumenti dal suono peculiare, fino al barocco di una chitarra battente realizzata da Severini, invece che con le doghe, su un pezzo di legno unico di salice rosso trovato nel fiume e decorata con la madreperla e «al salterio che si suona con le bacchettine e anticipa dunque un po’ il pianoforte». «Sette anni fa - racconta Severini - ho pensato di rendere visitabile il laboratorio di liuteria e di dedicare questa saletta con una quarantina di posti all’esposizione didattica di oltre 60 strumenti musicali e oggetti sonori, che inizia dalla preistoria - dalle conchiglie bucate alle mandibole di animali, dal corno ai flauti realizzati con ossa - passando poi all’antica Grecia - con ricostruzioni di strumenti come la “Kythara” o il “Barbitos” realizzato con il guscio di tartaruga, fino agli strumenti del Medioevo».

Un excursus che serve anche a ricordare come «l’eredità classica della teoria musicale e dell’astronomia fu tramandata grazie a Boezio che salvò, traducendole in latino, queste conoscenze importanti di matematica, aritmetica, astronomia e musica che altrimenti, nell’Europa barbarica, si sarebbero perse». Un mito filosofico classico, quello dell’armonia delle sfere per cui «all’ordine cosmico corrisponde un’armonia musicale», che oggi - con i dovuti “distinguo” scientifici - si sta in qualche modo recuperando, tanto che «l’anno scorso per la prima volta si è “sentito” il suono dell’universo. L’astronomia, che finora ha sempre lavorato con la vista, da qualche decennio a questa parte con i radiotelescopi traduce molti segnali in grafici e immagini e ora anche in suoni. La vibrazione dell’onda gravitazionale è stata così tradotta in suono. È un ritorno a determinate immaginazioni, perché la scienza in fondo è fatta di immaginazione, che poi va verificata o contraddetta. Gli strumenti musicali rispettano queste convinzioni profondissime degli uomini colti del Medioevo. Ad esempio, nel liuto, strumento universale proveniente dalla Persia e poi importato dagli arabi in Tunisia e da lì in Sicilia, la parte piana è la terra con le anime dei viventi e le corde sono i suoni: sono tutte cose scritte attorno all’ottavo secolo a Baghdad. Abbiamo così la terra, l’acqua, l’aria e il fuoco e la relazione tra le cose è l’armonia e, dunque, l’anima del mondo; e quando uno suona il liuto è come se desse voce a quest’armonia, ovviamente legando l’anima universale a quella individuale».

Il legame con la terra di origine (per parte di madre), invece, è quello che ha spinto Giuseppe Severini, docente di Lettere nella natia Milano, a chiedere a 37 anni il trasferimento in Sicilia: «Sono da sempre molto legato a tutti i miei parenti che vivono in questa terra che amo moltissimo, tanto che a un certo punto mi sono detto: “Proviamo a viverci, magari resterò deluso, però è inutile restare con questo mito”. E quando mi sono trasferito, 23 anni fa, mi sono invece trovato benissimo». Lui e l’ex moglie (da cui ha avuto tre figli. Oggi Severini è sposato con una musicista) ottengono la cattedra a Maletto e Maniace e, dopo avere scoperto per caso Randazzo, perdendosi tra i vicoli medievali di questa cittadina, il liutaio ne rimane affascinato. Acquista la casa, oggi adibita in parte ad abitazione, in parte a laboratorio e museo. «Dopo 3 anni ho lasciato la scuola e mi sono messo a fare solamente il liutaio». Severini, infatti, oltre alla laurea in Filosofia con tesi in Storia medievale, aveva studiato musica - mandolino classico - al conservatorio di Padova. E la passione per gli strumenti musicali antichi? «Sin da piccolo ero appassionato del mondo antico, all’università ho studiato storia medievale, per cui avevo già questo interesse. All’epoca, negli anni ’70, ascoltavo i gruppi che facevano musica medievale e poi ho cominciato a studiare al conservatorio. Per gli studi, ci dovevamo fare costruire un tipo di mandolino barocco: sono andato dal liutaio e mi è piaciuto tantissimo. A poco a poco ho iniziato a costruirestrumenti semplici, da autodidatta, andando dal liutaio che avevo conosciuto a imparare, senza però mai iscrivermi alla scuola, perché già ero al conservatorio e volevo fare il musicista. E infatti ho cominciato a fare il musicista, suonando musica antica, soprattutto barocca, ma il repertorio mandolinistico è comunque limitato. Allora ho cominciato ad appassionarmi alla musica medievale. E alla fine la liuteria è diventata l’attività preminente».

Per la costruzione degli antichi strumenti, galeotto fu l’amore di Severini per la storia e l’opportunità di vedere gli strumenti conservati nei musei a teche aperte e «soprattutto di poterli toccare: lì ho capito cosa era la liuteria antica. Quella moderna è molto pesante, ma se si prende in mano un mandolino barocco del ’700 non pesa niente, sembra una piuma. L’impressione che fa toccare un oggetto di artigianato di quell’epoca è straordinaria: uno si rende conto di che lavoro c’è dietro, quale incredibile manualità. Pochissime persone riescono a fare ancora questo lavoro realizzando spessori così sottili». Pochi in Italia i liutai che ricostruiscono strumenti musicali del Medioevo, ma in generale questa è una categoria molto esclusiva: «Io ho venduto moltissimi strumenti anche qui in Sicilia (il prezzo può variare dai 500 ai 4-5.000 euro) quando c’era la moda della musica medievale, ma ora questa moda è finita».

Ma la liuteria è ancora un’arte che può dare lavoro? «Penso di sì: ci sono due scuole importanti in Italia, quella di Cremona e la scuola Civica di Milano dove ci si può specializzare sia in restauro sia in costruzione. Certo, come per le altre professioni, si studia e poi si spera di trovare un impiego. Uno che studia restauro, ad esempio, può aprirsi un laboratorio proprio o può entrare a fare il restauratore in un museo. Ho d’altro canto conosciuto però tanti studenti di liuteria che poi hanno fatto un altro lavoro».

Ma in fondo cosa ha fatto realmente innamorare della Sicilia questo estroso professore, che per due anni, per fare un’esperienza estrema, ha vissuto senza energia elettrica e senza gas (a riportarlo a un certo punto a più miti consigli moderni, la moglie)? «La luce, anzi una particolare vibrazione della luce che c’è solo in Sicilia. Questo è il primo dato percettivo, poi ovviamente ci sono i dati affettivi legati ai ricordi dei miei nonni. Ciò che inoltre mi ha affascinato di più, però poi vivendoci, è il contatto che a Randazzo posso avere con la natura, con gli elementi naturali. Se io esco da qua, tempo tre minuti sono in un mondo che sembra l’Eden: non ci sono coltivazioni, non si usano diserbanti, è bellissimo. Vero è che la natura la potevo trovare anche altrove: in Francia, in Spagna, ad esempio, c’è tutto come qua, la storia, la pietra, il legno. Ma manca l’Etna, che è magnetico di per sé. E anche se non sono mai salito ai crateri, mi basta la presenza di questo vulcano. Lui c’è».

E c’è, presenza invisibile, anche quando, uscite dall’antica casa-museo, sotto la pioggia si torna alla macchina lungo le stradine medievali di una Randazzo silente, in questo quartiere quasi spopolato: e, se non fosse per qualche rara auto parcheggiata nei punti dove le “vanedde” appena s’allargano, diresti di essere viandante del Medioevo tra le casette di pietra viva. Ma ormai è tempo di tornare nel XXI secolo, con la musica antica che tuttavia continua a mormorare melodie senza tempo, facendo vibrare le corde più recondite del cuore.

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